UNA PAGINA NERA DELLA DEMOCRAZIA ITALIANA: LO SGOMBERO E LA DEPORTAZIONE DA PIAZZA D’ARMI

Liberazione 06/09/2009

Oggi arriva Napolitano. I terremotati di Piazza D’Armi spostati, i vecchi fuori città «A te dove ti mandano?»
Gioco delle tre carte a L’Aquila

Alessandro  Tettamanti

L’Aquila
«Preferisco andare a morire a casa mia pericolante che andare ad Avezzano. Questa è violenza. Ho 76 anni, prendo la pensione e pago le tasse. Sono sola. Sto qui in tenda da cinque mesi, e sto diventando cieca con tutta questa luce. E il caldo…è uno schifo. Ma io ora non mi faccio portare ad Avezzano. Io resto qui. E domani sono cinque mesi». A parlare così, affannata, è Pasqua, aquilana, dal 6 aprile residente nel campo di Piazza D’Armi, la più grande delle tendopoli dell’Aquila.
La comunicazione di immediata smobilitazione del campo è arrivata improvvisa dalla Protezione civile giovedì. Un’equipe formata da due funzionari della Protezione (uno della sezione nazionale, l’altro di quella dell’Emilia Romagna che gestisce il campo), uno psicologo e un carabiniere è passata a dare la notizia. A tutti è stato detto che bisognava andar via velocemente. Destinazioni: la caserma della guardia di Finanza (quella del G8), gli alberghi cittadini e altre sistemazioni fuori città: ad Avezzano, Ofena, Teramo, Pescara. Criterio apparente della diversa destinazione: la produttività. Se sei solo e anziano vai fuori.
«A cinque mesi dal terremoto mi sembra di rivivere quel giorno». Pasqua non si dà pace: «Sono arrivati i soldati, ci hanno detto che dobbiamo andare via». Anziana ma del tutto lucida, ha molto legato con una vicina di tenda, ma a lei è stato comunicato che andrà nel vicino Hotel Canadian, accanto alla tendopoli. L’amica ha chiesto agli operatori di non separarla da Pasqua. Non è possibile. La destinazione di Pasqua resta Avezzano. Il commento è amaro: «Sono dei maleducati, così ti fanno perdere la gentilezza».
Nel campo diversi sfollati presidiano le loro case di tela. Hanno paura che l’esercito smonti anche quest’ultimo riparo. In molti aspettano qualcuno che dica loro dove andare. In realtà venerdì è stata smontata dai militari una sola tenda, ieri invece l’esercito procedeva più spedito e sono iniziati i primi trasferimenti.
«Ci hanno lasciati soli, ci hanno lasciati soli» grida Anna in “via Sicilia”, una delle vie del campo tra le tende blu. Hanno detto a lei e alla sua famiglia di fare i bagagli. Lei obbediente ha eseguito e ora siede davanti la tenda senza sapere ancora dove passerà la notte. Costretta a fare la staffetta coi familiari per andare a mensa, racconta, nell’ansia di mancare l’arrivo del funzionario incaricato di comunicarle una destinazione.
La condizione psicologica nella quale si trovano gli sfollati del campo è grave. Dopo il trauma e i lutti del sisma non sono riusciti ad organizzarsi tra loro, anche a causa dell’opera di progressivo smembramento sociale perseguita da chi gestisce l’area. Un’opera che ha finito di indebolire la già flebile compattezza della comunità urbana prima al 6 aprile. Nessuno è riuscito a guardare oltre il suo nucleo familiare. Molti vanno a vivere in caserma contenti, senza voler ascoltare le grida degli anziani. La rabbia percepibile di altri non è riuscita a trovare alcuno sfogo. Nessuna discussione collettiva, quasi nessuna azione di dissenso. Venerdì dal palco allestito da mesi dentro il campo, solo karaoke e balli di gruppo per la festa del fine-soggiorno. Per lo più sulla pista i giovanissimi. Molti adulti nel buio delle tende a riflettere ed elaborare. «A te dove ti mandano?» è la frase che più ricorre nel campo.
Marco, 50 anni, abitante anche lui in via Sicilia, ha una mazza in tenda e si aggira avanti e dietro davanti all’ingresso di tela. Ha una posizione opposta a quella di Pasqua. Vuole andare via da quest’inferno chiamato L’Aquila 2009. La destinazione che gli hanno assegnato è un albergo a Pescara e gli sta bene così. Vuole cercare lavoro lì, dice, rifarsi una nuova vita in una nuova città. Lui e la sua compagna però non hanno la macchina e nessuna soluzione è stata trovata ancora su come organizzare il “trasloco”. Marco presidia la tenda, dice di non voler parlare con i militari, di non volere altro che garanzie per lo spostamento. Altrimenti userà la mazza. Ce l’ha con gli aquilani, secondo lui dei rammolliti, non più gli abruzzesi di una volta. Insieme ad altri è riuscito ad appendere nel campo uno striscione: “Protezione Civile: dall’impegno alla prevaricazione”.
Fuori, ai giornalisti che si accreditano come tali viene negato l’ingresso. In barba a qualsiasi legge. E a qualsiasi diritto all’informazione. Entrano solo protezione civile, esercito e una quantità esagerata di polizia, in divisa e in borghese. Loro sì. Ne sono arrivati tanti proprio per gestire la situazione, nel campo e fuori. Dentro Piazza D’Armi non c’è nessun’altra istituzione. Non quella comunale, non quella provinciale, non quella regionale. Nessuno. Non i partiti e non i sindacati. Nemmeno le associazioni per il rispetto dei diritti umani, che pare dovrebbero arrivare. La Protezione civile agisce nel deserto politico, abruzzese e forse nazionale. Oggi arriva il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Cosa gli faranno vedere? Speriamo che parli con le persone. Il consiglio è di farlo senza Guido Bertolaso al fianco: la gente ha paura che il “protettore” possa smettere di “proteggere” chi si lamenta troppo.
La ricostruzione dell’Aquila sbandierata ovunque dal governo non è ancora iniziata e le C.a.s.e. che Berlusconi sta costruendo ex novo, in odore di speculazione edilizia, non sono né pronte né sufficienti. Il governo aveva assicurato agli abruzzesi che saltare la fase dei moduli temporanei avrebbe permesso loro di entrare in case vere dopo 5 mesi di sofferenza nelle tende. Non sta avvenendo. Gli sfollati stanno andando in caserme e alberghi dove potevano andare da subito, evitando a vecchi e bambini mesi di bagni chimici. Altro che G8. Venerdì il prefetto Gabrielli ha tolto i certificati antimafia a due ditte coinvolte nel C.a.s.e. e agli anziani viene proposto di andare “temporaneamente” fuori città. Alternativa? Nessuna. Per ora chiamiamola deportazione.

L’Aquila, democrazia sospesa. Vuoi fare assemblea? Chiama Kafka

Divieti fantasma, rimpallo di responsabilità: confrontarsi è quasi impossibile

Su Liberazione del 25/06/2009 Alessandro Tettamanti

L’Aquila -  Nelle tendopoli che accolgono gli sfollati aquilani non esiste alcun divieto scritto di volantinare e/o svolgere assemblee di interesse pubblico. Fatta eccezione, pare, per una circolare del Dicomac (Direzione comando e controllo della protezione civile) che indicava queste attività, molto discutibilmente dato il contesto, come non opportune nel periodo preelettorale. Questa la versione ufficiale. Nella realtà, come racconta bene chi vive a L’Aquila adesso, non è mai stato così difficile mettere in pratica la democrazia. Per di più in una situazione dove, a meno che la partecipazione alla ricostruzione da parte dei cittadini non venga vista come un ostacolo, ce ne sarebbe particolarmente bisogno.

Poco dopo il 6 aprile gli attivisti dei comitati sorti dopo il sisma e i normali cittadini hanno iniziato a scontrarsi contro un muro di gomma che gli ha impedito di esercitare i diritti più elementari di circolazione e informazione garantiti dalla Costituzione.Gli innumerevoli capi campo, che si susseguono a ritmo frenetico nelle tendopoli, nominano spesso una circolare inesistente che vieterebbe persino il volantinaggio: «Dov’è? Io non l’ho mai vista – dice chiaramente il comandante del Com 1 (Comando operativo misto) Roberto Gullì – sta alla discrezione di ogni capo campo valutare se è possibile che i cittadini aquilani non residenti nella tendopoli entrino per volantinare o fare assemblea.
Guido Bertolaso, nell’incontro di martedì scorso coi comitati, ed il prefetto dell’Aquila Franco Gabrielli avevano chiarito che dopo le votazioni le assemblee si sarebbero potute svolgere a condizione di dire la “verità”: cioè che la protezione civile e il governo stanno facendo un ottimo lavoro. «Rivendico il diritto di dire in assemblea una marea di stupidaggini – denuncia al riguardo Mattia Lolli del comitato 3e32 presente all’incontro – gli aquilani come tutti sanno ben confrontare le opinioni personali con la realtà e scegliere a chi credere».
La sensazione è che i capi dei campi e dei Com siano particolarmente abili nella difficile gestione organizzativa delle tendopoli ma non siano stati messi nelle condizioni di (o non siano stati preparati a) garantire lo stato di diritto in quelle porzioni di territorio recintate che sono i campi tenda, in cui protezione civile ed esercito sono i padroni indiscussi. In questo modo la sola cosa che si percepisce immediatamente solo avvicinandosi ai campi è la forza militare in nome della sicurezza. Altrimenti non si spiegherebbe ciò che è successo ieri. Un episodio uguale tanti altri, avvenuti in svariate occasioni nei campi del Globo, San Elia, Arischia e Piazza D’Armi.
Antonio Sasso, attuale capo campo di Piazza D’Armi, una delle tendopoli più grandi e complesse che sempre più sta prendendo le brutte sembianze di un ghetto, fino a ieri aveva sempre attribuito al Com 1 il potere di svolgere assemblee e volantinaggi e, come i suoi predecessori, insieme agli altri suoi collaboratori della protezione civile aveva sostenuto l’esistenza di un foglio che lo avrebbe vietato espressamente: «E’ da sabato scorso che sto chiedendo autorizzazioni a mezza protezione civile per fare un’assemblea oggi qui a Piazza d’armi, che tra le altre cose pubblicizzi la manifestazione cittadina di sabato prossimo – racconta Annalisa, una residente del campo – una richiesta di autorizzazione l’ho presentata in forma scritta al vecchio capo campo allegando, come richiestomi, una copia dei volantini che avrei distribuito per pubblicizzarla». E invece, nuova settimana, nuovo capo campo e nuovi problemi. <b>«Lunedì mi è stato detto che avevano bisogno di tempo per decidere – continua Annalisa – martedì di riformulare la richiesta di autorizzazione per l’assemblea specificando di essere residente nel campo e il fatto che le persone esterne che sarebbero intervenute, un numero ben definito, sono miei amici invitati per aiutarmi a tenere l’assemblea. Ieri mattina però, mentre stavo appendendo i volantini in bacheca, mi è stato detto da Sasso che non potevo, perché era in attesa dell’autorizzazione del Com. Decido di andare al Com e scopro che la richiesta lì non era mai arrivata. Il capo Com Gullì mi suggerisce di recarmi al Dicomac per chiedere l’autorizzazione. Lì mi dicono di chiamare la prefettura, che non sa niente».
La situazione si sblocca intorno le 18. «Due persone possono venire a volantinare insieme ad Annalisa, e se non mi arriva nessuna comunicazione contraria dall’alto permetterò l’assemblea di oggi prendendomene la responsabilità», dichiara Sasso.
La notizia arriva ad alcuni ragazzi di un comitato. Sono increduli, felici ma quasi non ci credono: «Ma insomma, possiamo entrare liberamente per fare assemblea a Piazza d’armi? Non ci credo! Sembra quasi di stare in un paese democratico».

BERLUSCONI IL RE, ENTRA AD ONNA DEVASTATA IL 25 APRILE

Liberazione 26 Aprile 2009

Onna off limit per le persone normali. In tenda senza tv La passerella di vip non scalda gli sfollati

Alessandro Tetamanti – L’Aquila – Due giorni fa all’ospedale di Avezzano è morto un anziano di Onna, Mario Papola, che era rimasto ferito nel crollo della sua abitazione dopo il terremoto che ha distrutto l’intero paese. A Mario Papola l’11 Giugno del 1944 i nazisti avevano ammazzato la sorella prima vittima della ferocia nazista. Cristina era colpevole di essersi ribellata ai tedeschi, che avevano rubato un cavallo alla sua famiglia. Per questo fu trascinata per i capelli attraverso le vie di Onna e trucidata. Con lei, per rappresaglia, morirono altre 16 persone bruciate vive in una casa pochi giorni prima la liberazione dell’Aquila.

I due eventi che hanno coinvolto nel passato e nel presente lo sfortunato paesino si sono uniti drammaticamente ieri, giorno della liberazione e giorno 20 dopo il terremoto secondo il nuovo calendario aquilano.

Un occasione troppo grossa da farsi sfuggire per i maggiori leader politici che ieri sono passati tutti. I vigili del fuoco hanno lavorato fino a l’altro ieri  per permetterlo, per rimuovere le macerie pericolanti dopo nuovi crolli che in paese si sono verificati dopo la scossa di magnitudo 4 che è stata registrata tre giorni fa.

Eppure, nonostante la messa in sicurezza, entrare ad Onna ieri non era possibile per tutti coloro che volevano partecipare alla cerimonia. Sono stati in molti infatti ad essere bloccati all’ingresso del paese da un cordone di militari.

Il nuovo presidente partigiano – che indossa il tricolore della brigata Maiella – si è preso come suo solito tutto lo spazio.

A proposito della liberazione dell’Italia dai nazifascismi ha fatto discorsi di non neutralità che però escludono la contrapposizione. Linguaggio Orwelliano che aggiunge un tassello di revisionismo in più, stavolta però pronunciato tra chi per quanto forte, è disperato per aver perso cari e casa.

Pare che qualcuno ieri ad Onna abbia baciato la mano del premier:“solo tu puoi salvarci”, ha detto un’anziana signora che ha riconosciuto Berlusconi per quello che ieri era: un Re. Episodio che da sé racconta quanto era necessaria e per chi la sua presenza.

La visita del Premier come quella di Franceschini e Casini, è stata presa quantomeno con freddezza da chi è rimasto nella tendopoli dell’aquilano.

Qui fino a ieri – prima giornata di sole – la gente era più attenta a trovare il modo di non fare entrare acqua e fango nelle tende. A come fare a scrollarsi di dosso l’umidità che entra nelle ossa. A non prendersi una polmonite, a resistere nonostante tutto. Se avesse avuto il tempo di pensare oltre le condizioni materiali essenziali avrebbe pensato probabilmente a come fare per ricostruirsi  una casa con 150mila euro o raggiustarla con 80. A decodificare i messaggi del governo, a chiedere quali sono i 15 siti individuati dove andranno a vivere.

Ma davvero la situazione nelle zone terremotate non permette di pensare al di  là di “adesso”. Nelle tendopoli è difficile capire cosa sta succedendo all’infuori delle reti che sono sorte velocissime e circondano tetramente molti campi. Tutto il teatrino mediatico, qui,  sembra una gran presa in giro; compreso il G8 che sembra già incombere, nella sua surrealità.

Il sipario dei media tra gli sfollati, paradossalmente è calato dal giorno della scossa. Le persone che sono qui al centro dei riflettori non vedono la televisione. Hanno volti abbronzati dal sole che a volte batte forte in questa strana primavera e odori forti di umanità che vive concentrata, insieme. Ma mentre qui la vita è frugale il resto del mondo continua voracemente a viaggiare sui suoi binari postindustriali e a  parlare dell’Aquila, sull’Aquila.

La liberazione e l’antifascismo hanno un significato, certo, che va oltre gli eventi contingenti, qualsiasi dimensione essi abbiano. Ieri a Fossa il Comune, in collaborazione con l’Istituto Abruzzese per la storia della Resistenza e dell’Italia contemporanea e lo Spazio Libero 51, ha promosso un incontro in cui si è dibattuto della storia del territorio in quel periodo e dove sono stati letti passi presi dal libro di Primo Levi “ Se questo è un uomo”. Una mongolfiera con un messaggio di speranza ha preso il volo per la gioia soprattutto dei più piccoli.

Il comitato spontaneo 3e32 ha organizzato invece una serata fuori dai Campi con tanto di cena offerta dall’associazione couchsurfing e concertino con i vitivinicola abruzzese, intitolata ReStart - Festa della liberazione.

Da quando il terremoto ha resettato la città il tutto si sta ricomponendo ad alta velocità e con molto energia. Le piccole ansie di una volta sono sopite e l’ordine delle priorità riconfigurato. Ma tutto quello che sta accadendo in questo comprensorio, fino a poco tempo fa sconosciuto ai più, forse è troppo. Bisogna dare alle persone il tempo di capire e poter riprendere la parola.

Voglia di tornare protagonisti: «Tocca a noi decidere il futuro»

su liberazione del 16/04/09

Alessandro Tettamanti

L’Aquila
Dopo nove giorni da quando il terremoto ha distrutto la città, ieri a L’Aquila ha preso vita dal nulla la prima assemblea cittadina. L’idea in realtà è partita da due ragazzi, Mattia e Sara e si è sparsa con ogni mezzo – passaparola, sms, web – attraverso quella che è L’Aquila ora, riconfigurata nei campi. Ci sono un centinaio di persone di età media tra i 25 e i 35 anni. Sono arrivate da vari accampamenti e anche da fuori città in questo parco chiamato “del sole” situato a fianco alla basilica di Collemaggio e non molto lontano da quella via XX Settembre che il giorno dopo il terremoto sembrava un teatro di guerra. Via XX Settembre, che come tutto il cuore della città ora è blindata, nascosta alla sua cittadinanza per motivi di sicurezza.
Ci sono associazioni e collettivi che già operavano sul territorio ma soprattutto tanti ragazzi e ragazze a prendere parte a questa assemblea che non può non essere anche l’elaborazione di un lutto e che si affianca a una strana sensazione di essere clandestini nella propria città. Sara, una delle organizzatrici, mi dice che è stato necessario dare spiegazioni e negoziare con Croce rossa e Protezione civile per incontrarci in questo parco dove comunque per ora è stata negata la possibilità di montare un gazebo. Già, perché l’intenzione è proprio questa. Creare un centro di riunione e ri-Creazione, un’infrastruttura che abbia la funzione sia di grossa bacheca sia di punto di connessione telefonica e web, per e tra tutti i campi.
Così per poter ricominciare a muoversi, agire, coordinare autonomamente nella propria città, di fatto militarizzata dall’emergenza, per poter partecipare alla ricostruzione, dal basso. Giovanni, dell’associazione La Ciudad, mi dice che da ieri grazie al loro lavoro, nei campi di piazza d’Armi, Centicolella, Acquasanta e ora di Collemaggio è attiva la connessione a internet le cui attrezzature sono state fornite dalla Zerocould, una ditta aquilana ci tiene a specificare. «Prima di tutto siamo contenti di rivederci – inizia Enrico dello Spazio Libero 51 – siamo qui perché al di là di chi ci viene ad aiutare, al di là delle ricette confezionate, noi alzeremo la testa e ci penseremo noi a rifare la città, che non abbandoneremo». «Siamo stati finora rappresentati come inermi – continua Sara – ma non è vero. Adesso è il tempo di riprendere la parola. Bisogna staccarsi dalla dinamica che se non percorri tutta la scala gerarchica interna ai campi non si può fare niente. Questa tragedia del terremoto può darci l’opportunità di cominciare in maniera diversa, più partecipativa sapendo che nessuno ci darà niente, anzi. Dobbiamo strapparlo affinché anche quei soggetti prima esclusi ora possano partecipare».
Fra gli altri c’è chi come Claudia propone la costituzione di un comitato con nomi importanti anche a livello mediatico, come quello di Saviano – l’altro giorno in città – che leggittimato da una raccolta firme controlli la ricostruzione: «Per non fare in modo che gente con la valigia piena di carte torni a Roma con la stessa valigia piena di soldi. Insomma i veri sciacalli che non ruberanno solo un televisore». C’è una certa amarezza in merito alla psicosi dello sciacallaggio. Quel sentimento di solidarietà spontanea nato dopo il sisma è stato stroncato dall’allarme lanciato da subito, inverosimilmente già alle otto di lunedì mattina dal capo della polizia Manganelli. «Va anche sottolienato – dice Luigi, un ragazzo attivo nei collettivi di sinistra in città – che molte persone sono state salvate nell’immediato dopo terremoto dai propri vicini, amici, semplici persone che hanno iniziato a scavare a mani nude».
«Dobbiamo spiegare alla protezione civile ai carabinieri e quant’altro – dice Stefano – che sono qui per noi non per placcarci. Devono essere informati che noi siamo qui e ci autorganizziamo» ma il terremoto ha amplificato situazioni già gravi in precedenza: «Oggi noi precari di ieri lo siamo due volte – continua Stefano – bisogna battere sui diritti; dobbiamo chiedere salario sociale per tutti affinché le famiglie più bisognose possano di fatto continuare a vivere fino alla fine dell’emergenza in case di legno e non in containers».
L’ipotesi della new town qui è scartata a prescindere. Quello che esce fuori è la volontà di attivarsi e non rimanere in tempi sospesi come quelli di adesso affinché L’Aquila non diventi alla fine una no town.

Liberazione 16/4/09

“Obama rifiuta l’incarico”: è un virus

Pubblicato il 21/01/09 su facoltà di notizia.it

Forse sarebbe stato l’unico modo coerente per non tradire le enormi aspettative della comunità mondiale, ma ovviamente la notizia è falsa. Anzi, di più, è un virus.

“Obama ha rinunciato alla casa bianca” così recita l’ipertesto del “gran rifiuto” che già da qualche giorno circola in America. Se l’utente clicca entra in un sito, simile a quello della campagna elettorale, in cui prende il virus.

Ecco un passaggio presente nella pagina fake: “Il giuramento di Barack Obama, previsto per il 20 gennaio, rischia di fallire. Alla vigilia dell’Inauguration Day, il presidente eletto ha fatto una dichiarazione, dicendo che lui NON è pronto per quel ruolo”.

Leggi l’articolo completo

“Figli” di Magnotta. Bidello, performer, precursore di internet

La morte di Mario Magnotta è la morte di un uomo e vanno a tutti i suoi cari le condoglianze più sentite per la sua scomparsa. È però anche la morte di un aquilano diventato simbolo di una aquilanità di cui da oggi gli abitanti di questa città si sentono orfani.

Leggi l’articolo completo

DETENUTO IRACHENO MUORE DI FAME A L’AQUILA

liberazione del 13 agosto 2008
Alessandro Tettamanti
Era stato arrestato a Milano. Una pena di un anno e tre mesi per tentata rapina. Pare, uno scippo di un cellulare. Ma Ali Juburi, iracheno di 40 anni, si è sempre dicharato innocente. Finisce a S. Vittore, come il 70% dei colleghi detenuti in attesa di giudizio (quasi tutti extracomunitari). Una volta condannato, viene “sfollato” per fare posto a nuovi “in attesa di processo”. E’ il 28 marzo e Juburi arriva al carcere di Vasto (Chieti). Il 20 Maggio viene trasferito ancora, nella casa circondariale di L’Aquila. A questo punto della storia è in sciopero della fame da 15 giorni. Almeno così ci dicono le agenzie e le storie raccolte da altri giornalisti sul posto (non conferma il carcere). Juburi protesta. Non ritiene giusta la condanna emessa a Milano. A L’Aquila proseguirà lo sciopero della fame fino a quando non sarà troppo tardi per tornare indietro. Nel capoluogo abruzzese entra in ospedale il 28 Maggio. Continua a rifiutare il cibo. Viene sottoposto a un trattamento sanitario obbligatorio. ma lui non vuole e arriva a strapparsi le flebo. Fino a che non torna sui suoi passi e riprende ad alimentarsi sotto controllo medico. Ma il suo corpo debilitato non ce la fa.
E’ morto lunedi scorso, Alì Juburi, nel reparto di rianimazione dell’ospedale S.Salvatore di L’Aquila dove dicono d’aver fatto di tutto per salvarlo. Le sue condizioni sono peggiorate in modo definitivo negli ultimi giorni. Ma c’è più di una cosa assurda in questa vicenda tragica. Ce ne sono tante. Non riducibili, purtroppo, alla storia di uno.
La prima è che – mentre tutti i riflettori si consumavano per il detenuto eccellente Del Turco- nessuno fuori le mura del carcere, sapesse del suo sciopero della fame. «E’ un caso emblematico dell’isolamento del pianeta carcere – denuncia Giulio Petrilli esponente aquilano del Prc che da sempre si batte per i diritti dei detenuti – in Abruzzo manca la figura del garante dei detenuti nonostante sia una regione in cui la condizione nelle carceri è da allarme rosso». «Nessuno – prosegue Petrilli – tra consiglieri ed assessori, nè a livello regionale ne comunale si è mai mosso per richiederlo o ha fatto qualcosa per colmare la distanza che esiste tra il mondo e la comunità carceraria. Neanche a fronte dei numerosi suicidi avvenuti sia a Sulmona che a L’Aquila. C’è una disattenzione totale su questo tema nonostante entrambe le giunte siano di centro-sinistra. Neanche Rifondazione Comunista o i movimenti hanno mai preso iniziative in tal senso e normalmente passano il tempo a litigare su sciocchezze, dimenticandosi delle questioni fondamentali. Non esistono neppure associazioni che facciano da tramite col territorio per aiutare i detenuti, nonostante questi arrivino anche da altre parti d’Italia come Milano»
La seconda assurdità consiste nella disuguaglianza sostanziale di fronte alla pena . Ali Juburi è stato condannato per un reato per cui normalmente si viene scarcerati. Probabilmente non aveva un buon avvocato, parlava male l’Italiano e mancava un buon mediatore culturale che facesse da tramite con il garante dei detenuti milanese al quale il suo caso deve essere sfuggito. Nessuno è stato in grado di confermarlo, al momento, ma nessuna istanza di scarcerazione è stata presentata a suo nome.
La terza è un’anomalia. E’ possibile che un detenuto in stato di sciopero della fame venga trasferito? C’èun referto medico che lo autorizza? Chi seguiva Juburi nel suo rifiuto di nutrirsi? Abbiamo provato a chiederlo al Dipartimento nazionale di amministrazione penitenziaria, ma alle 16 e 30 del 12 agosto è stato impossibile varcare il centralino: niente ufficio stampa, niente dirigente o funzionario, niente emergenze.
Quarto: perché Juburi è finito alla casa circondariale delle Costarelle presso Preturo – una decina di Km da L’Aquila- un carcere di massima sicurezza dove risiedono 35 “comuni”, per lo più extracomunitari e il resto dei detenuti, 150, sono al regime di massima sorveglianza del 41bis (e 12 in area riservata). Non a caso nel giugno 2007 proprio a l’Aquila si svolse una contestatissima manifestazione contro il carcere duro che terminò nel piazzale antistante il carcere. E alcuni attivisti, “regolarmente” denunciati, tagliarono simbolicamente la prima rete che separa il carcere dal mondo.
Ma di Ali Juburi non sapeva niente nessuno? Ieri, il direttore del carcere, Tullio Scarsella, si è preoccupato dei funerali dell’uomo iracheno: «Abbiamo interessato l’ambasciata per vedere se vogliono rimpatriare la salma – ha detto alle agenzie – in caso contrario, sarà sepolto nel cimitero aquilano a spese dell’amministrazione penitenziaria come da regolamento. Stiamo anche cercando un Imam per lo svolgimento del rito funebre secondo le loro tradizioni». Sarebbe forse stato meglio far risparmiare le case penitenziarie. E investire sui diritti di base di un detenuto straniero, solo, povero, condannato per un furto di un cellulare e morto quando era sotto tutela dello Stato italiano. Un bel pasticcio no?.
E magari far crescere anche in Abruzzo un minimo interesse istituzionale sul mondo carcerario. Se Di Pietro fosse il candidato a governatore di un allargato centrosinistra, ci chiederemo, da quale parte delle sbarre però?

13/08/2008

La storia dei 50 della Global Logistica di Pomezia

Su Liberazione del 7/08/2008

Alessandro Tettamanti_Pomezia
Santa Palomba, Pomezia, pochi km da Roma. Da giorni una quarantina di lavoratori indiani e pakistani stanno svolgendo un presidio fuori l’azienda dalla quale il 25 luglio sono stati licenziati. La Global Logistica, cooperativa che svolge il servizio di logistica presso il deposito alimentare della catena di supermarket GS, li ha “espulsi per motivi comportamentali” a causa di una rissa. Così almeno è scritto sulla lettera recapitata ad ognuno di loro.

Leggi l’articolo completo

Dieci anni senza “Sole“ e “Baleno“. Quando l`Italia scoprì gli squatter

Storia di due ragazzi anarchici accusati (innocenti) di terrorismo in Val Susa

da liberazione del 13/07/2008 di Alessandro Tettamanti

Sono passati dieci anni da quando Silvano Pellissero, Edoardo Massari “Baleno” e Maria Soledad Rosas “Sole”, vennero arrestati. Dieci anni da quando al vocabolario italiano si aggiunse la parola squatter. Da quando Baleno muorì suicida in cella e Sole, qualche mese dopo, scelse di seguirlo allo stesso modo. Anarchici che di fronte alle accuse ingiuste, agli arresti, decisero di liberarsi. Da soli. L’indagine del Pm Maurizio Laudi andò a cercare nelle case occupate di Torino i sedicenti Lupi grigi «un’associazione proponentesi il compimento di atti di violenza con finalità di terrorismo e di eversione ». Una delle sigle che rivendicava gli attentati avvenuti in Val Susa tra l’agosto del 96′ e il gennaio del 98′ contro la linea ad alta velocità. Attentati che cominciarono con due molotov contro una trivella per i sondaggi della Tav e proseguirono con incendi di cabine ferroviarie e centraline elettriche tra Monpantero, Chianocco e Guaglione. La tesi del pubblico ministero attribuiva ai tre squatter il reato di associazione eversiva previsto dall’articolo 270bis. Un’accusa che trovò nei media la cassa di risonanza necessaria a far credere che gli “eco-terroristi” erano stati trovati. Troppo semplice. La corte di Cassazione di Roma il 21 novembre del 2002 smonterà del tutto la tesi principale di Laudi. Non si trattava di associazione terroristica, come si era sforzato più volte di spiegare l’unico imputato rimasto in vita, ma solo di «un gruppo di persone che per la propria sopravvivenza praticava furti in cantieri e supermercati».

La storia scende dalla valle in città il 5 Marzo. Alla casa occupata di Collegno, vicino Torino, bussano alla porta: «Chi è?». «Siamo compagni di Bologna» rispondono. Un secondo dopo decine di poliziotti e carabinieri incappucciati e armati arrestano Edoardo Massari e Maria Soledad e chiudono lo spazio. Silvano Pellissero, il terzo, era stato fermato e ammanettato poco prima in strane circostanze. Nella sera la polizia tenta di sgomberare altri due squat, riuscendoci in parte.

A Torino si inizia a ballare una strana musica. Quelle canzoni suonate solo in valle tra servizi segreti, audaci marescialli, assassini, gnomi e fate, arrivano fino ad altre creature: metropolitane, squatter. Loro conoscono soprattutto un modo di suonare e difendersi: l’hard-core. Il giorno successivo gli arresti, per protesta un centinaio di ragazzi effettua un presidio di fronte il municipio. La polizia carica. Nel disperdersi il corteo fa fuori diciassette vetrine. Eccoli i violenti, dirà la stampa.

Ma il peggio deve ancora arrivare. Nella notte tra il 27 e il 28 marzo Baleno si suicida impiccandosi. Aveva 35 anni. Allo spargersi della notizia manifestazioni spontanee iniziano a Torino sin dalla mattina. Un corteo è indetto per il 4 aprile. Il tre gli squatter tengono una conferenza stampa alla loro maniera. Dopo un quarto d’ora di silenzio dei ragazzi arrivano posando sul tavolo degli scarti di macelleria: «questo è quello che avevamo da dirvi. Abbuffatevi!». Il 4 a Torino è il giorno del corteo. La tensione è alta e le saracinesche abbassate. Sarà l’ultima volta che il fronte delle occupazioni, anarchiche e comuniste, sarà tutto unito. Sfilano in 10mila. Il corteo, visti i suoi numeri, si sceglie il percorso e passa di fronte il cantiere del palazzo di giustizia in costruzione che verrà danneggiato. «Devastazione e saccheggio» per i magistrati. Reato che sarà riutilizzato per gli scontri di Genova, durante il G8. Il giorno successivo i tifosi granata esporranno in curva uno striscione: «solidarietà agli squatter. Ribellarsi è giusto».

Il 6 Sole e Silvano sono interrogati dai Pm. Silvano si avvale della facoltà di non rispondere, mentre Sole prende la parola solo per ribadire la data del suo arrivo in Italia – giugno 97′ – e quindi la sua impossibilità a partecipare a qualsiasi gruppo o banda armata operante precedentemente in Val Susa.

L’11 luglio Sole muore. Viene ritrovata impiccata al tubo della doccia. Pellissero aveva manifestato già preoccupazioni per la salute della ragazza a cui non era stata concessa nemmeno la possibilità di lavorare nella comunità dov’era agli arresti. Per lei l’avvocato aveva proposto di separare la sua sorte da quella dei suoi compagni in modo da ottenere una rapida scarcerazione. Cosa che Sole non volle. La sua scelta fu quella di uccidersi nello stesso modo di Baleno, con quel furore di chi si sente in gabbia e per non arrendersi sceglie un’altra libertà. L’11 marzo scriveva dal carcere: « Amici, […] voi siete la prima ragione per la che io ho deciso di fermarme cua in Italia. – per me tutti siete molto speciale, mai sono stata tanto tempo lontano di Buenos Aires. Però cua ho trovato altre cose più forte, e la voglia di crescere, di conoscere.[...] Il mondo è tanto grosso, ma c’è un posto per ogni uno, e io penso che ho trovato il mio ».

Dopo la sua morte la questura teme che possano ripetersi scontri. In piazza Castello viene costruita e data alle fiamme una barricata. La polizia accorsa è respinta con le pietre. Al giungere dei rinforzi gli squatter si disperdono. Ma a parte questo episodio non accade nulla. Se non fosse che sui binari nei pressi di Porta Susa viene ritrovata una prima falsa bomba rivendicata dai Lupi Grigi.

Ad agosto inizia la stagione dei pacchi bomba. O meglio bombe-pacco dato che nessuna di esse esploderà.

Ne verranno inviate cinque al Pm Laudi, al giornalista Genco, al consigliere regionale dei Verdi Pasquale Cavaliere, al parlamentare di Rifondazione Giuliano Pisapia e al consigliere sempre Prc Umberto Gay. Bombe inesplose il cui unico effetto prodotto, oltre rendere spettacolare un agosto altrimenti noioso, fu quello di isolare ancor più le case occupate e incrementare ulteriormente le spaccature nel movimento stesso.