Su Liberazione del 7/08/2008
Alessandro Tettamanti_Pomezia
Santa Palomba, Pomezia, pochi km da Roma. Da giorni una quarantina di lavoratori indiani e pakistani stanno svolgendo un presidio fuori l’azienda dalla quale il 25 luglio sono stati licenziati. La Global Logistica, cooperativa che svolge il servizio di logistica presso il deposito alimentare della catena di supermarket GS, li ha “espulsi per motivi comportamentali” a causa di una rissa. Così almeno è scritto sulla lettera recapitata ad ognuno di loro.
In realtà i licenziamenti sono arrivati a seguito del secondo sciopero a cui i lavoratori hanno ricorso per farsi pagare gli stipendi che un’altra volta erano in ritardo. «Chiediamo almeno di essere pagati in tempo anche se lavoriamo 15 ore al giorno» dicono fuori i cancelli del magazzino. Tute da lavoro e berretti della Cgil, hanno ben chiari i veri motivi del loro licenziamento.
Come altri prima di loro, sarebbero potuti andar via per le condizioni non dignitose in cui si trovano a lavorare. Ma loro hanno deciso di restare e organizzarsi. Nel dicembre 2007 si sono rivolti al sindacato. La cosa ha evidentemente dato molto fastidio all’azienda che preferisce confrontarsi il meno possibile con rappresentanze sindacali.
«Qualche mese fa – racconta Sayed mostrando un foglio – un liberiano era uno dei nostri quattro portavoce sindacali. Era molto bravo. Aveva stilato questa lista di recriminazioni per migliorare le nostre condizioni di lavoro. Lo hanno promosso facendogli svolgere mansioni più leggere in un settore dove può timbrare il cartellino. Così hanno comprato il suo silenzio». Il cartellino è un altro punto su cui si stanno battendo. Spiegano che loro nell’azienda sono tutti preparatori, cioè preparano colli, che per chi non ha mai lavorato nel ramo più o meno significa casse e confezioni che poi finiscono nei camion. «Qui sai a che ora entri ma non sai a che ora esci. Attacchiamo a lavorare alle tredici e finiamo anche alle quattro del mattino, dipende. Gli straordinari non esistono e siamo obbligati a restare fino a quando ci viene richiesto. Pena il licenziamento e, senza contratto niente permesso di soggiorno e niente ricongiungimento familiare».
I carrellisti invece il cartellino lo timbrano ma nessuno di loro è pakistano o indiano. «Pensano che noi siamo animali, si approfittano di noi perché in molti non sanno leggere l’italiano o non lo capiscono bene» racconta Sayed, boccoli bruni che fuoriescono dal cappello rosso, sguardo cosciente di chi sa che sta lottando dalla parte della ragione. «Quando sono arrivato io c’erano soprattutto rumeni senza permesso di soggiorno. Piano piano loro sono andati via ed io ho iniziato a chiamare miei connazionali. Era il 2004. Siamo ancora qua, e vogliamo che ci vengano riconosciuti i nostri diritti».
Qualcosa sono riusciti ad ottenerlo da quando il sindacato è entrato in scena. Quattro mesi fa lavoravano praticamente a cottimo. Venivano pagati quattro centesimi a collo, 40 euro lorde al giorno calcolando di riuscirne a fare un migliaio. «Ancora adesso insistono che bisogna farne una media di 150 ogni ora quando umanamente è possibile arrivare a un’ottantina circa» dicono. Un’altra speranza la ripongono nell’incontro che ci sarà oggi in regione, alla presenza dell’assessore al lavoro della regione Lazio Alessandra Tibaldi, tra la Filcams di Pomezia e i rappresentanti dell’azienda Global Logistica. Ma nel frattempo la realtà è dura da sopportare: «Alcuni responsabili all’interno ci trattano in maniera barbara, senza nessun rispetto umano. Ci insultano e ci minacciano. Quando capita che rompi un collo ti dicono che te lo levano dalla busta paga invece di pensare a revisionare i muletti che sono vecchi, malfunzionanti e quindi pericolosi» sostengono con rabbia. A loro dire, i muletti che utilizzano sono privi di revisione a differenza di quelli dell’altra cooperativa che con loro condivide lo stesso capannone. Lì sarebbero dell’ultima generazione con funzioni che consentono a quei lavoratori – guardacaso soprattutto italiani – di non arrampicarsi per svolgere le mansioni richieste, abbassando il rischio di farsi male.
Mentre parliamo di infortuni Mohamed si avvicina e mostra il polso. Ha un bozzo e una brutta cicatrice. Poi fa vedere lo stipendio relativo al mese in cui si è infortunato: 261 euro. «E le ferie ve le pagano?» «No!». Ad un certo punto il venditore italiano del chiosco fuori i cancelli decide di intervenire e fa in romanesco: «Parlando con loro mi so reso conto che altro che levare il lavoro agli italiani! A loro i padroni delle aziende li possono fà lavorà in una maniera in cui nessun italiano accetterebbe mai». Sfruttati perché pakistani e indiani, discriminati perché indifesi. «Fanno con noi la stessa storia che hanno fatto con voi italiani…». Qualcuno deve avergliela raccontata.
07/08/2008









