Voglia di tornare protagonisti: «Tocca a noi decidere il futuro»

su liberazione del 16/04/09

Alessandro Tettamanti

L’Aquila
Dopo nove giorni da quando il terremoto ha distrutto la città, ieri a L’Aquila ha preso vita dal nulla la prima assemblea cittadina. L’idea in realtà è partita da due ragazzi, Mattia e Sara e si è sparsa con ogni mezzo – passaparola, sms, web – attraverso quella che è L’Aquila ora, riconfigurata nei campi. Ci sono un centinaio di persone di età media tra i 25 e i 35 anni. Sono arrivate da vari accampamenti e anche da fuori città in questo parco chiamato “del sole” situato a fianco alla basilica di Collemaggio e non molto lontano da quella via XX Settembre che il giorno dopo il terremoto sembrava un teatro di guerra. Via XX Settembre, che come tutto il cuore della città ora è blindata, nascosta alla sua cittadinanza per motivi di sicurezza.
Ci sono associazioni e collettivi che già operavano sul territorio ma soprattutto tanti ragazzi e ragazze a prendere parte a questa assemblea che non può non essere anche l’elaborazione di un lutto e che si affianca a una strana sensazione di essere clandestini nella propria città. Sara, una delle organizzatrici, mi dice che è stato necessario dare spiegazioni e negoziare con Croce rossa e Protezione civile per incontrarci in questo parco dove comunque per ora è stata negata la possibilità di montare un gazebo. Già, perché l’intenzione è proprio questa. Creare un centro di riunione e ri-Creazione, un’infrastruttura che abbia la funzione sia di grossa bacheca sia di punto di connessione telefonica e web, per e tra tutti i campi.
Così per poter ricominciare a muoversi, agire, coordinare autonomamente nella propria città, di fatto militarizzata dall’emergenza, per poter partecipare alla ricostruzione, dal basso. Giovanni, dell’associazione La Ciudad, mi dice che da ieri grazie al loro lavoro, nei campi di piazza d’Armi, Centicolella, Acquasanta e ora di Collemaggio è attiva la connessione a internet le cui attrezzature sono state fornite dalla Zerocould, una ditta aquilana ci tiene a specificare. «Prima di tutto siamo contenti di rivederci – inizia Enrico dello Spazio Libero 51 – siamo qui perché al di là di chi ci viene ad aiutare, al di là delle ricette confezionate, noi alzeremo la testa e ci penseremo noi a rifare la città, che non abbandoneremo». «Siamo stati finora rappresentati come inermi – continua Sara – ma non è vero. Adesso è il tempo di riprendere la parola. Bisogna staccarsi dalla dinamica che se non percorri tutta la scala gerarchica interna ai campi non si può fare niente. Questa tragedia del terremoto può darci l’opportunità di cominciare in maniera diversa, più partecipativa sapendo che nessuno ci darà niente, anzi. Dobbiamo strapparlo affinché anche quei soggetti prima esclusi ora possano partecipare».
Fra gli altri c’è chi come Claudia propone la costituzione di un comitato con nomi importanti anche a livello mediatico, come quello di Saviano – l’altro giorno in città – che leggittimato da una raccolta firme controlli la ricostruzione: «Per non fare in modo che gente con la valigia piena di carte torni a Roma con la stessa valigia piena di soldi. Insomma i veri sciacalli che non ruberanno solo un televisore». C’è una certa amarezza in merito alla psicosi dello sciacallaggio. Quel sentimento di solidarietà spontanea nato dopo il sisma è stato stroncato dall’allarme lanciato da subito, inverosimilmente già alle otto di lunedì mattina dal capo della polizia Manganelli. «Va anche sottolienato – dice Luigi, un ragazzo attivo nei collettivi di sinistra in città – che molte persone sono state salvate nell’immediato dopo terremoto dai propri vicini, amici, semplici persone che hanno iniziato a scavare a mani nude».
«Dobbiamo spiegare alla protezione civile ai carabinieri e quant’altro – dice Stefano – che sono qui per noi non per placcarci. Devono essere informati che noi siamo qui e ci autorganizziamo» ma il terremoto ha amplificato situazioni già gravi in precedenza: «Oggi noi precari di ieri lo siamo due volte – continua Stefano – bisogna battere sui diritti; dobbiamo chiedere salario sociale per tutti affinché le famiglie più bisognose possano di fatto continuare a vivere fino alla fine dell’emergenza in case di legno e non in containers».
L’ipotesi della new town qui è scartata a prescindere. Quello che esce fuori è la volontà di attivarsi e non rimanere in tempi sospesi come quelli di adesso affinché L’Aquila non diventi alla fine una no town.

Liberazione 16/4/09

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