Liberazione 06/09/2009
Oggi arriva Napolitano. I terremotati di Piazza D’Armi spostati, i vecchi fuori città «A te dove ti mandano?»
Gioco delle tre carte a L’Aquila
Alessandro Tettamanti
L’Aquila
«Preferisco andare a morire a casa mia pericolante che andare ad Avezzano. Questa è violenza. Ho 76 anni, prendo la pensione e pago le tasse. Sono sola. Sto qui in tenda da cinque mesi, e sto diventando cieca con tutta questa luce. E il caldo…è uno schifo. Ma io ora non mi faccio portare ad Avezzano. Io resto qui. E domani sono cinque mesi». A parlare così, affannata, è Pasqua, aquilana, dal 6 aprile residente nel campo di Piazza D’Armi, la più grande delle tendopoli dell’Aquila.
La comunicazione di immediata smobilitazione del campo è arrivata improvvisa dalla Protezione civile giovedì. Un’equipe formata da due funzionari della Protezione (uno della sezione nazionale, l’altro di quella dell’Emilia Romagna che gestisce il campo), uno psicologo e un carabiniere è passata a dare la notizia. A tutti è stato detto che bisognava andar via velocemente. Destinazioni: la caserma della guardia di Finanza (quella del G8), gli alberghi cittadini e altre sistemazioni fuori città: ad Avezzano, Ofena, Teramo, Pescara. Criterio apparente della diversa destinazione: la produttività. Se sei solo e anziano vai fuori.
«A cinque mesi dal terremoto mi sembra di rivivere quel giorno». Pasqua non si dà pace: «Sono arrivati i soldati, ci hanno detto che dobbiamo andare via». Anziana ma del tutto lucida, ha molto legato con una vicina di tenda, ma a lei è stato comunicato che andrà nel vicino Hotel Canadian, accanto alla tendopoli. L’amica ha chiesto agli operatori di non separarla da Pasqua. Non è possibile. La destinazione di Pasqua resta Avezzano. Il commento è amaro: «Sono dei maleducati, così ti fanno perdere la gentilezza».
Nel campo diversi sfollati presidiano le loro case di tela. Hanno paura che l’esercito smonti anche quest’ultimo riparo. In molti aspettano qualcuno che dica loro dove andare. In realtà venerdì è stata smontata dai militari una sola tenda, ieri invece l’esercito procedeva più spedito e sono iniziati i primi trasferimenti.
«Ci hanno lasciati soli, ci hanno lasciati soli» grida Anna in “via Sicilia”, una delle vie del campo tra le tende blu. Hanno detto a lei e alla sua famiglia di fare i bagagli. Lei obbediente ha eseguito e ora siede davanti la tenda senza sapere ancora dove passerà la notte. Costretta a fare la staffetta coi familiari per andare a mensa, racconta, nell’ansia di mancare l’arrivo del funzionario incaricato di comunicarle una destinazione.
La condizione psicologica nella quale si trovano gli sfollati del campo è grave. Dopo il trauma e i lutti del sisma non sono riusciti ad organizzarsi tra loro, anche a causa dell’opera di progressivo smembramento sociale perseguita da chi gestisce l’area. Un’opera che ha finito di indebolire la già flebile compattezza della comunità urbana prima al 6 aprile. Nessuno è riuscito a guardare oltre il suo nucleo familiare. Molti vanno a vivere in caserma contenti, senza voler ascoltare le grida degli anziani. La rabbia percepibile di altri non è riuscita a trovare alcuno sfogo. Nessuna discussione collettiva, quasi nessuna azione di dissenso. Venerdì dal palco allestito da mesi dentro il campo, solo karaoke e balli di gruppo per la festa del fine-soggiorno. Per lo più sulla pista i giovanissimi. Molti adulti nel buio delle tende a riflettere ed elaborare. «A te dove ti mandano?» è la frase che più ricorre nel campo.
Marco, 50 anni, abitante anche lui in via Sicilia, ha una mazza in tenda e si aggira avanti e dietro davanti all’ingresso di tela. Ha una posizione opposta a quella di Pasqua. Vuole andare via da quest’inferno chiamato L’Aquila 2009. La destinazione che gli hanno assegnato è un albergo a Pescara e gli sta bene così. Vuole cercare lavoro lì, dice, rifarsi una nuova vita in una nuova città. Lui e la sua compagna però non hanno la macchina e nessuna soluzione è stata trovata ancora su come organizzare il “trasloco”. Marco presidia la tenda, dice di non voler parlare con i militari, di non volere altro che garanzie per lo spostamento. Altrimenti userà la mazza. Ce l’ha con gli aquilani, secondo lui dei rammolliti, non più gli abruzzesi di una volta. Insieme ad altri è riuscito ad appendere nel campo uno striscione: “Protezione Civile: dall’impegno alla prevaricazione”.
Fuori, ai giornalisti che si accreditano come tali viene negato l’ingresso. In barba a qualsiasi legge. E a qualsiasi diritto all’informazione. Entrano solo protezione civile, esercito e una quantità esagerata di polizia, in divisa e in borghese. Loro sì. Ne sono arrivati tanti proprio per gestire la situazione, nel campo e fuori. Dentro Piazza D’Armi non c’è nessun’altra istituzione. Non quella comunale, non quella provinciale, non quella regionale. Nessuno. Non i partiti e non i sindacati. Nemmeno le associazioni per il rispetto dei diritti umani, che pare dovrebbero arrivare. La Protezione civile agisce nel deserto politico, abruzzese e forse nazionale. Oggi arriva il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Cosa gli faranno vedere? Speriamo che parli con le persone. Il consiglio è di farlo senza Guido Bertolaso al fianco: la gente ha paura che il “protettore” possa smettere di “proteggere” chi si lamenta troppo.
La ricostruzione dell’Aquila sbandierata ovunque dal governo non è ancora iniziata e le C.a.s.e. che Berlusconi sta costruendo ex novo, in odore di speculazione edilizia, non sono né pronte né sufficienti. Il governo aveva assicurato agli abruzzesi che saltare la fase dei moduli temporanei avrebbe permesso loro di entrare in case vere dopo 5 mesi di sofferenza nelle tende. Non sta avvenendo. Gli sfollati stanno andando in caserme e alberghi dove potevano andare da subito, evitando a vecchi e bambini mesi di bagni chimici. Altro che G8. Venerdì il prefetto Gabrielli ha tolto i certificati antimafia a due ditte coinvolte nel C.a.s.e. e agli anziani viene proposto di andare “temporaneamente” fuori città. Alternativa? Nessuna. Per ora chiamiamola deportazione.