Omaggio alla Catalogna – pensieri su indipendenze possibili all’interno di un’Europa sociale

catalognaSul referendum catalano ed il suo esito, ciò che più mi colpisce di più a primo acchito, è la visione conservatrice che sto ascoltando nella maggior parte dei media qui in Italia, nei confronti di nuove possibilità democratiche di indipendenza all’interno dell’Europa.

Voglio dire, lo stato nazione stesso non è qualcosa di naturale, ovviamente, ma storicamente determinato.

E’ pure ovvio dunque che la sua costituzione non contempli la secessione perché questa è, almeno in buona parte, la negazione dello Stato nazione per come è storicamente nato.

Ma perché non può essere semplicemente possibile pensare, che ora nuove istanze democratiche figlie di questi tempi, non stiano facendo emergere nuove necessità all’interno dell’ordinamento democratico stesso?

Certo è lecito domandarsi, anche con una certa apprensione, ora cosa succederà domani, perché effettivamente non possiamo saperlo, perché quanto accaduto in Catalogna è una nuova domanda di democrazia a cui non sappiamo dare ancora una risposta nei dettagli.

Quello catalano sarà un nuovo Stato nazione, identico a quello da cui si è separato?

O invece alla Catalogna infine verranno date ancor più autonomie (diciamo pure una autonomia totale o quasi) all’interno di un’area politica però ancora ‘spagnola’, ossia in correlazione ancora esclusiva con Madrid? A me piace l’idea di una Spagna Stato “plurinazionale” come detto da Podemos e la Sindaca di Barcellona.

Prima di tutto, l’idea di non voler far svolgere un referendum e mandare la polizia a manganellare chi ci va a votare, è qualcosa che semplicemente non si può vedere, quanto di più anti democratico possibile, letteralmente. Ha avuto una potenza simbolica negativa enorme e niente rende più reale un referendum che la polizia che compie violenze verso gli elettori per non farlo svolgere. Da questo punto di vista Rajoy ha perso la testa, operando le peggiori scelte possibili. Il popolo catalano invece, ha ammirevolmente mantenuto la calma senza cedere alle provocazioni (che è una parte determinante della vittoria e della strategia fatta per arrivaci).

Quello catalano, comunque lo si voglia vedere, è un referendum figlio di una crescita della democrazia, di una sua evoluzione, di una maggiore richiesta di democrazia.

Ma allora di cosa, esattamente – se non di Rajoy e il suo utilizzo violento della polizia – dovremmo avere paura?

Di una guerra all’interno dell’Europa (la jugoslavia per intenderci)? Ma perché dovremmo farci la guerra tra democratici se vogliamo solo continuare a scegliere il miglior modo di stare assieme politicamente?

Chiaro che la realtà è più spinosa di questa domanda solo teorica e può spaventare sotto più punti di vista. Dopo quello scozzese, con il referendum Catalano si potrebbero sdoganare le secessioni in Europa e chissà quante altre richieste e quanti referendum si faranno ancora. Altri sicuramente proprio in Spagna, alcuni più legittimi e ragionevoli altri meno, sapendo, in fondo, che l’identità stessa è sempre figlia di un’invenzione.

In più le aree più povere verrebbero penalizzate dalle secessioni e dal mutamento degli equilibri se non messe all’interno di un paradigma politico sociale d’unione europea ad oggi praticamente inesistente e solo in parte auspicato.

Ma un altro errore che ho ascoltato in queste ore è quello di pensare alla vittoria catalana come a un grimaldello degli anti europeisti. Non credo proprio sia così perché crea troppi corto circuiti anche lì, basti pensare alle contraddizioni che apre all’interno del sovranismo.

Credo invece che la vittoria Catalana non possa che andare verso una direzione ‘europeista’.

In ogni caso il referendum  pone una grande domanda sulla democrazia all’Europa, a cui l’Europa, in quanto Europa – e cioè istituzione politica reale – dovrebbe rispondere.

Altrimenti sarebbe la fine, perché significherebbe (una volta per tutte) che l’Europa è una realtà politica solo supposta.

E a quel punto non resterebbe che correre all’ indietro verso lo Stato nazione unitario, quando i buoi sono ormai scappati. E i buoi sono già scappati.

 

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Una Perdonanza migliore. Ecco tutte le proposte (inascoltate) del comitato scientifico che provò a cambiarla

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Eliminare i falsi storici, fare informazione sopratutto tra i giovani, scegliere un tema diverso per ogni edizione e porre L’Aquila come sede di confronti di pace internazionali tra parti in conflitto, fino a farla divenire sede di una sorta di ‘G8 della Pace”. E ancora, tutto un altro corteo, anzi processione: via la Dama, il Giovin signore e la sfilata di autorità per dar spazio alla partecipazione con canti e danze, rinforzando la presenza dei quarti e del Territorio che rappresentano. Così nel 2014 un comitato scientifico composto da otto studiosi provò a cambiare la Perdonanza, la festa religiosa e laica che più caratterizza L’Aquila 

La Porta Santa si è da poco aperta e dopo chiusa per la 723esima volta  e così  un’altra Perdonanza Celestianiana sta passando agli archivi e con essa il suo corteo della bolla.

Un corteo che a guardarlo, di anno in anno, sembra sempre più una noiosa accozzaglia fantasy accompagnata dallo sfilare autocelebrativo delle autorità davanti al quale la popolazione fa da semplice spettatrice plaudente ai bordi delle strade.

Una festa, quella della Perdonanza, che nel complesso, tra alti e bassi, resta sempre così ,in bilico tra il sublime e la sagra paesana.

Di anno in anno però sale anche il numero di aquilani e aquilane critici nei confronti delle scelte che si fanno per l’evento e pronti quindi ad accogliere cambiamenti per migliorarla.

Ma una Perdonanza ed un Corteo della Bolla diversi sono possibili? Pare proprio di sì, ed anche a portata di mano sembrerebbe.

Nel novembre del 2013 infatti l’allora amministrazione Cialente istituì un comitato scientifico composto “da personalità della cultura, storici di elevato spessore accademico o particolarmente conoscitori della realtà riguardanti Papa Celetsino V° e l’Indulgenza plenaria […] per favorire il percorso storico della Perdonanza Celestiniana e valorizzare l’evento ad esso legata”

Il Comitato era composta da:

prof Francesco Sabatini

dott Walter Capezzali

prof Michele Maccherini

prof Fabio Redi

dott.ssa Giovanna Di Matteo

dott. Francesco Zimei

prof Walter Cavalieri

dott. Pietro Piccirilli

L’Amministrazione però – dopo aver essa stessa istituito il comitato –  alla fine decise di ignorare quasi totalmente le conclusioni a cui gli studiosi erano pur arrivati, perché, evidentemente, reputate troppo ardite per essere gradite ai cittadini.

E’ giusto però che il lavoro del comitato non resti vano e che tutti lo conoscano in modo da potersene fare un’idea, sperando – magari – che un giorno, presto, venga preso in considerazione in modo da cambiare in meglio, come nelle intenzioni, il corteo della bolla e tanti altri aspetti della celebrazione della Perdonanza.

Qui trovate il documento integrale 

L’obiettivo che il comitato si prefissava era di  “modificare radicalmente l’attuale format, sacrificando il falso storico in favore dell’autenticità ed unicità dell’evento, facendone un elemento di coesione sociale fondato su forti valori laici e spirituali. […] secondo i criteri di  conoscenza, autenticità, partecipazione e continuità”.

Per questo, scrivono  gli studiosi nel documento “sarebbe prioritaria l’informazione per tutti i cittadini a partire dalle scuole per promuovere lo studio della figura di Celestino V e della bolla del Perdono e più in generale “avvicinare per la prima volta ‘il grande pubblico’ (specie quello giovanile)  così da informarlo “sul significato delle celebrazioni”.

In tal senso il comitato propone di  “collocare e mostrare la Bolla (attualmente conservata nell’armeria della Scuola della Guardia di Finanza) in un luogo consono alla sua importanza e visitabile dai cittadini”, e più in generale di “creare un apposito museo celestiniano destinato a ospitare cimeli, materiali didattici e documentazione sulla Perdonanza”.

Come sappiamo quest’anno la bolla è tornata momentaneamente in città nella sede della Banca d’Italia dopo essere stata restaurata grazie ad un intervento della sovrintendenza con il contributo della BCC di Roma. Nel 2015 è stata anche esposta all’Expo di Milano. Bolla che tornerà in questi giorni però nella scuola della Guardia di Finanza.

Ma veniamo alle maggiori innovazioni che il gruppo di storici e studiosi avevano proposto ormai più di tre anni fa.

Proposta importante è certamente quella di scegliere un tema specifico come “la pace, la riconciliazione, la difesa dell’ambiente e dei beni comuni” che possa caratterizzare ogni edizione della Perdonanza in modo da diventarne il “motivo conduttore unico al quale si debbano uniformare tutti gli eventi (spettacoli, incontri, dibattiti)”.

Allo stesso tempo il valore portante Celestiniano del Perdono, continua il documento redatto tra il 2013 e il 2014, “potrebbe essere individuato quale mezzo di pacificazione […] da declinare su scala locale, nazionale e internazionale”.

“In occasione della Perdonanza L’Aquila – scrive il Comitato – d’intesa con la Farnesina con l’ONU e con le varie Chiese,  si offra come sede di dialogo e di trattativa fra parti in conflitto, assumendo un ruolo di rilevanza internazionale”, fino ad arrivare a pensare di far nascere  nel capoluogo abruzzese “una sorta di g8 per la Pace”.

Il comitato Scientifico, nel documento, torna poi a dare importanza all’origine federativa della città dell’Aquila e dunque ai suoi quarti ed i suoi castelli del territorio circostante “da coinvolgere” e con cui “recuperare un rapporto […] restituendo così un senso di continuità intra/extra moenia e una forte identità di appartenenza al Quarto Cittadino da parte degli antichi ‘castelli’ che formarono la Città dell’Aquila”.

“Si potrebbe pensare così – continua il documento – a  “quattro feste di “Quarto” da svolgersi ad anni alterni in città o nel territorio, in periodi diversi e non contrapposti,  che siano preludio e preparazione della Perdonanza”, un po’ sul modello del palio di Siena. Questo permetterebbe di sviluppare “ una ancor più leggibile e autenticamente partecipata presenza di queste località in occasione del corteo storico.”

Le modifiche più importanti e davvero necessarie, il comitato scientifico le propone proprio sul Corteo della bolla a cui “ridare dignità storica”.

Prima di tutto, dicono gli studiosi, il corteo va “depurarato definitivamente dalle pletoriche rappresentanze degli enti locali, eccezion fatta per i Comuni la cui storia si interseca effettivamente con quella di Pietro Angelerio”.

“Va ridimensionato il ruolo dei figuranti e ribadito che la Bolla venga trasportata solennemente da un addetto/a della Municipalità a fianco del Sindaco” 

Quindi – altra novità rilevante – “via la “dama della Bolla”, il “giovin signore” e altri personaggi di fantasia”.

“Il corteo – propone dunque il comitato sceintifico – potrebbe tornare a comporsi, come in origine, da quattro diversi cortei provenienti dai rispettivi quarti, rivedendone il percorso che dovrebbe scendere dalla Piazza a Porta Bazzano […] Il ballo, il canto, devono essere il centro del nostro progetto di rivalutazione.”

“Il corteo era in realtà una processione – aggiungono gli studiosi –  caratterizzata da canti e danze aventi finalità catartiche e propiziatorie. La musica (laude e ballo “sociale”) era infatti espressione di gioia e liberazione dal peccato.”

Dunque non spettacolo, ma partecipazione attiva “i cittadini non possono essere ridotti al ruolo di semplici voyeurs” è scritto sul documento.

E proprio per questo il comitato propone “per i cittadini che lo desiderino un corso gratuito di danza storica/popolare tenuto da eccellenti maestri di ballo […]mentre la parte strumentalesarà curata in parte da complessi professionali, in parte da studenti del conservatorio “Casella”

Per gli studiosi è anche importante “circoscrivere l’area di Collemaggio/Parco del Sole e il triduo 27-29 agosto alla festa religiosa e alla sua ritrovata cornice storica” sottraendo dunque quello spazio ‘sarò’ a concertoni rock come avvenuto anche quest’anno.

Chissà se l’Amministrazione Biondi appena insediata, dopo questa edizione diciamo pure ‘di prova’, avrà il coraggio di cambiare sostanzialmente qualcosa, dopo che quella precedente, prima ha creato i presupposti creando un comitato Scientifico e poi, semplicemente, non l’ha ascoltato.

CIAO MAURO

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Quando dopo il terremoto Mauro Zaffiri iniziò ad avvicinarcisi, io non capivo. Era l’unico della sua generazione che voleva comprenderci, ascoltare, prendere parola, dare. Ma chi è quisto? mi dicevo …

Da allora Mauro ci ha insegnato molto dell’Aquila e del fare politica all’Aquila, a calarci nel contesto, a non essere miopi. Ad essere realistici , ad ascoltare tutti e a parlare con tutti…tranne che co ji stronzi.

Ci ha dato consigli da pari a pari. E li abbiamo seguiti.

Non sono però sempre convenienti, perché comprendono il dire sempre e comunque ciò che si pensa,  all’Aquila, mettendoci la faccia, combattendo come un cazzo di toro basso coi baffi che ingrifa e spinge e fa paura pe quanto è forte porca miseria …

Perché se te fanno incazza ecco ta caccia ji enti.

A Mauro zaffiri non gliene fregava niente di risultare incoerente a volte. Quando c’hai un cuore enorme che butti oltre una quantità di ostacoli spaventosa come cavolo fai a esse sempre coerente, devi andare avanti o immota manet fra.

Mauro si è sempre sporcato le mani, sempre, e non s’è mai tirato indietro, mai.

Mauro era fortemente concreto …se ti sentiva dire una tua idea (a me è successo più volte) ti diceva , “facciamola”. E tu quasi impaurito che qualche adulto aquilano , evidentemente diverso dagli altri, ti spingeva a realizzare le tue idee, ti dava fiducia, mettendoti a disposizione tutto quanto fosse per lui possibile … ma perché lo fa? Come fa  a trovare il tempo?

Ho smesso di chiedermelo, a un certo punto, quando ho capito che lo facevi perché ti piaceva farlo e basta…perché volevi seguire le tue passioni…a tutti i costi…non potevi farne a meno. Ne avesse sta città di uomini come te porco giuda.

Ogni impresa si poteva fare per Mauro…dal 3e32 a CaseMatte, da Appello per L’Aquila alle manifestazioni, agli interventi spericolati, alle contestazioni, agli scontri …

Con quella testolina attaccata alle grosse spalle con dentro una capacità da analisi che per noi è stata sempre una risorsa inesauribile da cui attingere:

Sempre curioso, lucido, sincero, controcorrente …

Spesso ci chiedevamo come caspita facevi ad avere una capacità di lettura simile sull’Aquila. Io credo perché hai sempre parlato con un sacco di gente e la gente con te. Oltre tutte le barriere e gli steccati invisibili (i manicomi) di cui è ancora piena sta città paranoica, in cui tutti guardano solo al proprio orticello e si odiano l’un l’altro e l’invidia resta il sentimento che va per la maggiore.

Tu dietro quei baffi guerrieri parlavi a tutti ma dicevi tutto, non risparmiandoti i vaffanculo, presi e dati …ma chi è che all’Aquila non ha mai avuto a che fare Mauro Zaffiri ?

Con la sua morte L’Aquila perde una risorsa UNICA perché ponte fra vari mondi, generazionali, politici, sociali …e tu solo sai il peso di ricoprire una tale posizione Mauro…

Oggi siamo tutti qui Mauro…ti sarebbe piaciuto che questo stadio fosse stato così pieno più spesso eh…

Cercheremo di utilizzare al meglio l’eredità che lasci, ma da oggi, inutile nasconderselo, siamo più deboli …

Lotta coraggio generosità vivrai  sempre nella nostra città

Come ci vivrà la tua forza, forza di una terra che ha voglia ancora di lottare…

Il Primo consiglio comunale e l’effetto che fa

newconsiglio_webSono andato a farmi un giro a vedere il nuovo Consiglio comunale aquilano e vedere di nascosto l’effetto che fa.

Sono arrivato dopo tutta la storiella del crocefisso (piccolo piccolo attaccato sulla parete in fondo c’era un cristo mezzo dorato attaccato alla croce) e mi sono guardato intorno.

Non ho fatto a tempo ad entrare (in ritardo) che prima ancora di dare un’occhiata generale alla composizione però, la mia attenzione si è catapultata sul giuramento del nuovo sindaco Pierluigi Biondi sulla Costituzione e la Repubblica.

Fatto non di poca importanza, anzi importantissimo, cruciale, visto che l’attuale sindaco ha un passato nero con CasaPound pieno di espliciti richiami al fascismo. Oggi ha giurato ai valori dell’Italia repubblicana fondata sulla Costruzione del dopo guerra.

Poi Biondi ha fatto il suo primo discorso da Sindaco in Consiglio. Ha parlato di “garantire i non garantiti” di “libertà” e di esser pronto a “rialzare la bandiera neroverde oltre ogni colore partitico se servirà per il bene della città”. Una forma di richiamo alle lotte del 2009-10 che lo videro sfilare come Sindaco di un comune del cratere sull’autostrada per protesta (chissà cosa ne pensa invece delle carriole, il suo predecessore non molto bene…)

Un discorso che è stato sinceramente applaudito, durante il quale il Sindaco si è commosso.

Dopo di lui ha parlato il grande sconfitto Americo Di Benedetto che non è sembrato, almeno in apparenza così colpito dalla cocente sconfitta. Non lo sembrava in realtà neanche la notte del clamoroso risultato, tanto da farmi pensare fosse una sorte di reazione personale allo shock. Io al posto suo mi sarei sotterrato, sono fatto così.

Di Benedetto, di sicuro una brava persona ed un ottimo commercialista, ai miei occhi rappresenta il vuoto politico e all’opposizione non ce lo vedo proprio. Il suo intervento è stato praticamente inutile. Biondi a confronto è, politicamente, un gigante che dice cose più di sinistra.

Vedere gli scragni della debole minoranza di centro sinistra mi fa un misto di tenerezza e sconforto. La Iorio all’opposizione, per esempio, sembra chiedersi  da sola cosa ci stia a fare lei lì… Tutti così sicuri di vincere, tutti così abituati ad essere i governanti indiscussi, sono infine affogati nella loro stessa immagine a forza di specchiarcisi.

Questa città li ha puniti per questo. Non se lo aspettavano. E molti , forse anche Biondi stesso, ancora  non ci credono sia lui il Sindaco.

La caduta degli Dei sta portando a uno strano clima in città.

A volte spiragli di libertà si respirano, anche solo momentaneamente, da fessure impensabili.

Un forte clima da discontinuità sta percorrendo infatti le strade del capoluogo post sismico in queste ultime settimane. Brocker, faccendieri, operatori, portatori di interessi generici stanno tutti parlando con i vecchi ed i nuovi governanti. Le animate discussioni sono arrivate fino alle quinte del primo consiglio comunale.

Nella city in continua mutazione del dopo catastrofe, si sono accese qua e là discussioni politiche diffuse ed animate finalmente. Spesso si sente anche urlare per la via come dai palazzi ricostruiti delle organizzazioni politiche.

Ovviamente il regolamento dei conti è nel centro sinistra e nella sinistra.

Siamo qui inoltre ormai giunti  nel momento della tardo-analisi post voto (rigorosamente a mezzo stampa) che ormai rasenta la masturbazione pura, quella che alla gente non interessa niente e vincono gli altri.

Personalmente mi vanto di aver avvertito ben prima delle primarie, che Di Benedetto al posto di Pietrucci sarebbe stato pericoloso per il Centro sinistra (ma mi fecero notare che tanto il Pd è imbattibile in città), per poi avvertire Di Benedetto stesso che se avesse continuato a non farsi compagna elettorale avrebbe potuto perdere, ma a quanto pare andava bene così

Un consiglio comunque quello attuale, più giovane e con più donne dove però a parlare per la maggioranza è Giorgio De Matteis, quanto di più vecchio politicamente questa città probabilmente possa esprimere, il sempre sconfitto che a Cialente però è bene o male sopravvissuto e che cita nel suo discorso l’attimo fuggente rivolgendosi a Biondi con un “mio capitano”…

Poi da sinistra ha parlato anche la rappresentante della terza forza politica, Carla Cimoroni” di Coalizione Sociale (di cui faccio parte anche io). Solo il fatto di poter sentire un’altra voce fuori dal coro stonato del Pd e soci è un bene per questa città. “Opposizione ferrea e costruttiva. Vogliamo rappresentare qui anche chi nelle ultime elezioni non si è sentito rappresentato da nessuno”.

Staremo a vedere come andranno le cose. Finora Biondi si è mosso da Sindaco, cioè come qualcuno che ha subito compreso il peso del governo della città e agisce con la prospettiva di voler restare a lungo, ma sono solo i primi giorni… Dopo aver varato già una giunta poco coraggiosa tenendosi per ora la delega alla ricostruzione, non è escluso i maggiori problemi gli arrivino proprio dalla sua maggioranza dove, conoscendo alcuni degli eletti, gli appetiti sono sempre stati forti e l’unità poca.

Mi chiedo se uno come Biondi per non diventare un fantoccio possa per alcune proposte più sociali incassare maggioranze trasversali. Sarebbe clamoroso no? (Per altre è chiaro che l’opposizione da sinistra sarà dura)

In questi primi giorni il suo consenso popolare pare comunque molto alto e ancora nessun “editto fascistissimo” è stato proclamato (anzi si strizza l’occhio anche in altre direzioni). Parlando con Cimoroni l’altra sera, al Sound Shine Fest organizzato magnificamente dai Daba Dub – dove c’era pure il giovanissimo consigliere  Junior Silveri – la rappresentante di CS mi ha fatto una battuta che ho trovato la più divertente degli ultimi tempi: “Ora la stessa gente mi ferma dicendo che ho fatto bene ad andare a festeggiare la vittoria di Biondi”.

Città di folli. L’Aquila bella me’

Analisi del voto aquilano

La vittoria di Pierluigi Biondi – che al secondo turno recupera 11 punti percentuali e riesce nell’impensabile sorpasso – corrisponde ad un tonfo clamoroso del centro sinistra aquilano e del Partito Democratico in particolare, che ora deve assumersi la responsabilità storica di aver riconsegnato la città alla destra-destra a causa dei suoi imperdonabili errori.

Il tonfo, nonostante le prime minimizzazioni dei responsabili politici locali, è stato così forte da aver giustamente assunto una valenza nazionale e può essere portato a paradigma politico più generale di cosa succede quando un partito di centro sinistra si trasforma in un partito di centro destra.

La sorprendente vittoria di Biondi, oltre ad essere l’eredità politica che ci lascia Cialente, è la conseguenza di una scelta politica sbagliata da parte del Pd sul candidato sindaco Americo Di Benedetto. Con lui il Partito Democratico ha espresso localmente quello spostamento a destra che si può vedere a livello nazionale e di cui parlavamo confermando, tra l’altro, che lo strumento delle primarie o viene regolato da meccanismi certi o altrimenti perde senso.
La scelta di ADB – corpo estraneo alla politica – ha rappresentato candidare a sindaco la raffigurazione plastica del modello L’Aquila, la sua “naturale” continuazione, l’ultimo pezzo mancante del puzzle per completare l’unione tra potere politico ed economico nella ricostruzione.

Tutto questo ha favorito Biondi nell’esser percepito in campagna elettorale come discontinuità e – addirittura – anti establishment, nonostante i personaggi politici che si porta dietro ovviamente non hanno nulla a che vedere con questo (come farà a governare adesso senza diventare un fantoccio?).

Tanto più che Di Benedetto, più che farsi campagna, si è assicurato “naturalmente” l’appoggio dei gruppi di potere e con questi, come nelle primarie, era sicuro di poter vincere. Con una certa supponenza, lui e la sua coalizione, hanno fatto infine la scelta strategica suicida di rifiutare il confronto nelle due settimane che hanno preceduto il secondo turno e non apparire sul web dirottando quasi tutta la comunicazione dentro il quartier generale del Pd.
Biondi invece, sfruttando l’arroccamento di Di Benedetto, ha fatto davvero il massimo, stando ovunque , sempre disponibile, perennemente in mezzo la gente ed arrivando così ad essere percepito come “più vicino”. Qualcosa che ho cercato, forse unico ad averlo fatto, di segnalare a tempo debito tramite un mio intervento video.

Altro effetto di aver presentato come candidato a sindaco un corpo estraneo alla sinistra, che includeva elementi provenienti dalla destra nella sua coalizione, è stato quello che molti elettori del centro sinistra non sono andati a votare al secondo turno, troppo stanchi dopo la giornata di mare e troppo poco appassionati da ADB, tra l’altro dato da tutti come sicuro vincente. Molti di quelli di destra che al primo turno avevano votato la coalizione di Di Benedetto, sono tornati a votare destra, qualcuno di sinistra alla fine ha addirittura preferito Biondi aiutato, immagino, dalla totale inconsistenza politica di ADB. Solo così, con l’astensione quasi al 50%, i conti tornano costruendo il vantaggio di più di 4mila voti con cui il candidato di destra, ex CasaPound, ha vinto.

Io credo che Pierpaolo Pietrucci , sconfitto alle primarie dall’Ance e da una parte del suo partito – avrebbe vinto. Molta gente tornata dal mare sarebbe andata a votarlo, probabilmente ci sarei andato anche io. Perché al di là del discorso un po’ vuoto sulla continuità o meno con la cosiddetta “triade” , Pietrucci è un personaggio molto più dentro questa città, che sarebbe stato capace di creare una relazione empatica sufficiente col territorio ed il mondo della sinistra.

Io a votare Di Benedetto non ci sono andato. Una scelta presa definitivamente a pochi giorni dal voto. Ho trovato Di Benedetto ed il suo (non) progetto, dal mio punto di vista, invotabile.
Insieme a tant* altr* compagn* ed amici sto partecipando ad un progetto politico che ha presentato una proposta a queste elezioni che ha portato ad ottenere una sola consigliera, comunque la terza forza politica in città. Un soggetto tutto ancora da far crescere e modellare tramite l’esperienza e che ha visto nella fase elettorale – e quindi nello strumento consiliare – solo una delle sue componenti. Non per niente si chiama Coalizione Sociale.

Non ho voluto stavolta sottostare alla – seppur legittima – logica del meno peggio. Credo si debbano dare dei segnali politici che non premino le scelte scellerate del Pd solo perché è meno peggio di qualcos’altro più a destra, perché solo così si può tornare a pensare e progettare, con vecchi e nuovi alleati, qualcosa di sinistra localmente ed a livello nazionale. Credo inoltre che la politica si faccia partecipando ai processi reali di tutti i giorni e non tanto andando a votare Di Benedetto dopo aver fatto poco o nulla per anni.
Se da parte mia c’è un rimpianto è quello di non aver lavorato abbastanza nel cercare -come si è provato comunque a fare nel periodo pre elettorale – di unire maggiormente la sinistra lasciando più solo possibile il Pd. MA a differenza di Rifondazione gli altri sono stati tutti attratti dalle sirene del potere del Partito Democratico, che poi il potrere è risicato pure a perderlo.

Credo sia importante, sopratutto adesso che abbiamo una maggioranza consiliare fascistoide, tornare ad essere più compatti a sinistra (movimenti, partiti, civici) e far fronte comune, innescando dei processi politici dal basso che difendano i nostri quartieri e i nostri territori e continuino nell’azione di trasformazione di questa città che abbiamo iniziato da anni. Cambia città resta qui comincia adesso, nella realtà quotidiana delle strade di questa città. L’avrei detto con Di Benedetto Sindaco, lo dico anche con Biondi in quanto da entrambi siamo indipendenti.
Credo infine che a sinistra dobbiamo smetterla di perdere completamente la testa ogni qual volta si pronunci la parola “CasaPound” perché, compagni, la razionalità deve restare il nostro principio guida quando facciamo politica e perché perderla avvantaggia i fascisti.

Calcio e territorio – Il derby neorealista vinto ad Avezzano

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A lungo si è dibattuto se valeva la pena viversi un derby così, come quello di ieri. A partita finita non si può che dire di sì: valeva la pena! Perché molto probabilmente la vittoria è inutile, fine a sé stessa, ma vuoi mettere? Il Derby è derby. La gioia di vincerlo ti resta attaccata comunque sulla pelle facendoti affrontare meglio tutta la settimana e, perché no, a mandar giù un po’ meglio un campionato indigeribile.

Certo all’arrivo, l’impatto non è stato il massimo: il cielo grigio, i pochi spettatori, l’assenza degli ultras locali e il dichiarato sciopero di quelli rossoblù per contestazioni da ambo i lati, il De MArsi onestamente brutto…

Io me lo ricordavo più “bello” 23 anni fa il De Marsi… saranno stati gli spalti pieni o quel clima da anni 90 (era gennaio 94’) e, insomma, una cornice da derby vero. Ieri invece il piccolo stadio mi è apparso per quella modestissima struttura che è, contando anche il fatto che l’Avezzano, a differenza dell’Aquila, è risalito in CND dopo tanti anni di categorie inferiori dopo il fallimento.

A dire il vero anche il quartiere che sorge intorno allo stadio non sembra il massimo, fatto com’è da molte case incomplete…ho visto anche un tetto di una vecchissima struttura proprio dietro la curva locale, rotto.

Non deve essere un buon periodo neanche nella vicina Marsica insomma, dove il terremoto si abbattè un secolo fa e in qualche modo è rimasto nel paesaggio. Del resto noi arriviamo dalla tutt’altro che florida L’Aquila, terremotata di recente, e che mai come in quest’ultimo anno vive su di sè una nuova precarietà e un’incertezza di prospettive che si è riversata anche sullo sport ed il calcio nello specifico.

Ecco perché siamo 154.

Conosco amici che come me hanno visto centinaia e centinaia di partite e, come altri derby, hanno aspettato a lungo anche questo, e che non sono venuti. Li capisco… c’è molta negatività nell’ambiente rossoblù dopo un campionato gettato alle ortiche tra la solita incapacità amministrativa e  un nuovo stregone che, per niente laicamente, poi quando va via si porta dietro pure gli apprendisti contrattati però con L’Aquila calcio

… ma non il Mago…

Capitano di questa squadra infatti resta un giocatore di categoria superiore come Minincleri (detto il Mago) ed in panchina adesso siede un uomo normale come Battistini…

L’arbitro fischia e nel clima smunto che ho cercato di raccontare, il più neorealista dei derby mai visto inizia. Qualcuno sugli spalti parla esplicitamente di questo Avezzano-L’Aquila come derby “Felliniano”, o se volgiamo Fontamara contro Fontamara… ma una delle due al termine dei 90’ sarà comunque più contenta e un po’ (ok davvero poco) meno Fontamara.

GLi aquilani come detto non cantano, gli avezzanesi presenti invece, qualche timido sfottò lo intonano. Il popolo aquilano, notoriamente tra i più sarcastici al mondo, risponde con degli applausi.

Mentre tutto sembra avere le premesse per un pomeriggio di noia e fastidio, in campo si vede una L’Aquila che ha fame e voglia di mordere, di dar calci e prenderne, sudare, stringere i denti e fare una bella partita di Serie D. Che sorpresa! Andiamo in vantaggio dopo la sgroppata di classe di Valenti con un ragazzetto Lituano, Dicktevicius, nato nel 1997 e che il mister precedente non faceva più giocare. Non si canta…ma si esulta al gol e nei distinti le facce aquilane si distendono, il sole non esce, i sorrisi sì.

In campo l’Avezzano prova ad alzare la testa, prende anche un palo ma là dietro i vari Farroni (97’), Sieno (98’), Pietnatoni (98’), Esposito (99’) – una banda di giovani – con la diga Steri (migliore in campo ) che invece è un 85’ e aiutati da Pupeschi, un “vecchio” del 1991, tengono duro, reggono il campo e hanno più fame dei “lupi” bianco verdi.

Questa cosa dell’avere fame, per L’Aquila, è quasi una novità assoluta, va detto. Ci voleva un trauma come l’abbandono degli apostoli La vista, Sembroni, Russo e qualcun altro, per mettere chi è rimasto nelle condizioni psicologiche di lottare. L-O-T-T-A-R-E.

Così si scopre pure che per fare un campionato di vertice di Serie D, probabilmente, più che 7-8 giocatori di categoria superiore, ne basterebbero 2-3 e poi tanta F-A-M-E, foga e botte e un allenatore che sa cimentare un gruppo e schierare una squadra quadrata in mezzo al campo.

Smaltita la mazzata del gol in avvio, nel secondo tempo, con l’Avezzano che deve fare la partita, i locali provano a scandire qualche altro coro mentre dall’altra parte si alza intermittente di tanto in tanto, il coro che trova il suo copyright in Tribuna “aquila Aquila”, profondo, strascinato, tordo…ammesso.

Su quel prato verde dove, in un derby quasi non derby, d’altronde ci sono comunque le maglie rossoblù e Nohman fa quello che può spizzando i palloni lunghi che gli arrivano nel tentativo, spesso vano, di far salire la squadra. Lui si gira spesso, spessissimo verso il pubblico -verso di noi – incitandoci ad incitare, strillando con la faccia che gli si contorce, cacciando qualche ghigno di complicità, addirittura ( ne sono testimone) scusandosi per non aver eseguito un consiglio di gioco arrivatogli da uno accanto a me ed aver perso palla. Nohman che è stato perdonato…e che in fondo sembra simpatico.

Capisci che quella squadra che sta in campo, al derby ci tiene e forse ci crede più di noi che , come detto da qualcuno , oggi sembriamo più che altro i supporters del giro d’Italia che quando passano i ciclisti-giocatori li incoraggiano.

Entra Peluso, giocatore di altra categoria in condizioni atletiche ancora precarie. Gli basta qualche minuto però per far valere la sua esperienza e trovare il più classico dello 0-2. Grande esultanza. In un iperbole di sarcasmo qualcuno inizia a cantare un provocatorissimo “Lupi Lupi” .

A fine partita, dopo che Nohman sfinito ha sfiorato lo 0-3, questa banda di giovani con dentro giusto qualche esperto, allenata da un signore chiamato Battistini, viene tutta (mister incluso) sotto di noi per festeggiare, perché sta già festeggiando ed ha una voglia matta, irrefrenabile, giovanile di festeggiare: “Chi non è salta è marsicano” risuona per la prima volta convinto, al di là di ogni sciopero. L’urlo finale con cui lasciare dopo una pausa di 23 anni la terra marsicana, con un 0-2 che fa storia.

E quella banda di ragazzetti – a pochi minuti dalla fine c’era stato anche l’esordio assoluto di un altro 99’, Sbarzella – non mi sembra proprio l’espressione di un calcio non-pulito.

Fosse che oltre Chiodi, oltre Morgia, il senso di quest’anno lo possiamo trovare proprio qua, in questa banda di ragazzetti allenata da un allenatore che si chiama Battistini, che ha giusto qualche elemento d’esperienza dentro e che ci ha una voglia di giocare a pallone che gli fa mangiare erba e polvere, polvere e erba.

Io non lo so… il campionato è andato ed il futuro incerto. Ottime condizioni per un finale di stagione contro tutto e tutti. Solo per la maglia, la voglia di emergere e dimostrare di una banda di giovani con giusto qualche esperto e l’utopia di rendere l’impossibile possibile. Chissà…

E i giocatori che sono andati via si vergognino, non hanno nessuna giustificazione tranne quella, chissà, di essere stati ingannati da un pastore di una falsa di religione che – insieme ad una società inesistente – ha spinto la stagione ad un amaro suicidio.

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L’Aquila calcio, tifosi sfiduciano Chiodi e chiedono la riconsegna del club alla città

assembleaSi è tenuta ieri presso i locali del Centro del volontariato, l’assemblea di tifosi dell’Aquila calcio convocata dal Supporters’ Trust ‘L’Aquila mè’ ma aperta, e realmente partecipata, da tutte le componenti della tifoseria rossoblù.

A partire dalla costituzione di un’associazione di tifosi come è il Trust infatti, insieme alle specifiche difficoltà pervenute negli ultimi due anni nell’Aquila calcio, quella dei tifosi rossoblù sta diventando sempre più una comunità di tifosi in cui partecipare, discutere e infine prendere delle decisioni insieme.

Le difficoltà sono note: lo sandalo scommesse legato all’ex responsabile dell’area tecnica e tutto fare, Ercole Di Nicola, l’amarissima retrocessione dalla Lega Pro, fino ad arrivare al naufragio della stagione corrente con l’abbandono di Morgia, del suo progetto, di alcuni giocatori e la disfatta col Flaminia.

In una domenica senza calcio dunque, l’assemblea cooridnata dal Presidente di L’Aquila me’, Marco Mancini, ha deciso – senza rinunciare ad una lunga discussione – ciò che era nell’aria e cioè sfiduciare la Presidenza dell’attuale società rappresentata dall’imprenditore edile Corrado Chiodi e chiedergli, dopo aver ottemperato al saldo dei debiti pregressi e finita la stagione corrente, la riconsegna del club nelle mani del Sindaco.

Non solo. Nella transizione necessaria i tifosi chiedono totale discuntinuità rispetto alla presente gestione, e trasparenza e partecipazione nell’individuazione di nuove cordate interessate all’acquisto del bene comune L’Aquila calcio a garanzia proprio di tale discontinuità. Questo nell’ottica di preservare un patrimonio collettivo della città come la sua squadra di calcio, anche tramite una mobilitazione permanente e diffusa che porti il dibattito anche in piazza, oltre il calcio, solleticando nell’orgoglio tutti gli aquilani. Sopratutto in questo periodo infatti non ci si può permettere di perdere, o comunque far perdere dignità, a quell’identità comune che rappresenta per la città L’Aquila calcio, con tutto il suo significato anche sociale ed economico.

Più precisamente ecco tutte le decisioni assunte che si leggono nel report dell’assemblea, che ha deciso di:

– chiedere formalmente alla proprietà de L’Aquila Calcio 1927, nella persona del presidente Corrado Chiodi, di riconsegnare la Società nelle mani del Sindaco, in qualità di rappresentante dell’Amministrazione comunale e quindi dell’intera Città, impegnandosi contestualmente ad assicurare la gestione della stagione sportiva corrente e soprattutto a farsi carico degli oneri debitori pregressi;
– chiedere al Sindaco di attivarsi – congiuntamente a una rappresentanza della tifoseria individuata nel Consiglio Direttivo del Supporters’ Trust, il quale si riserva di avvalersi della collaborazione di specifiche figure professionali e si impegna a tenere costantemente informata la tifoseria aquilana stessa sugli sviluppi della situazione – al fine di individuare e valutare eventuali offerte di acquisto della Società;
– dare mandato al Consiglio Direttivo del Supporters’ Trust di vigilare, nell’ambito delle future trattative, sul possesso da parte degli eventuali acquirenti di sufficienti credenziali in termini di serietà, professionalità e discontinuità rispetto al modus operandi delle gestioni più recenti, con un rinnovamento dell’attuale organigramma dirigenziale in tutti i suoi componenti e un’auspicabile apertura alla partecipazione dei tifosi nell’ambito del Sodalizio;
– chiamare a una mobilitazione permanente la tifoseria aquilana e gli organi di informazione cittadini per sensibilizzare al massimo grado tutti gli attori istituzionali e le forze economiche del territorio allo scopo di sollecitare una risoluzione positiva della vertenza societaria.
Il Supporters’ Trust L’AQUILA ME’ comunica che già a partire dalla giornata odierna saranno avviati i contatti necessari per dare inizio al percorso sopra indicato.

Il suicidio di Michele è la morte della politica

ITALY G8 PROTESTS

Demonstrators march in the streets as police, in background, moves in amidst clouds of tear gas rising into the air during the second consecutive day of clashes between police and demonstrators in downtown Genoa, Italy, Saturday, July 21, 2001. Fresh violence erupted at protest marches on the second day of the G8 summit Saturday, with riot police firing tear gas at demonstrators who smashed windows and hurled ripped-up paving stones. One demonstrator had been killed killed Friday. (AP Photo/Jerome Delay)

Le parole di Michele (qui la sua lettera) un tempo erano le nostre, quando, a cavallo tra la fine dei 90’ e gli anni zero – ancora non così isolati come oggi – scendevamo spesso in piazza per declinare al possibile quello che per Michele sembra ormai drammaticamente impossibile.

I nostri desideri, scritti a volte così bene negli appelli alle manifestazioni, negli slogan sui cartelli, sugli striscioni o sopra i muri delle vie, si cominciavano  a realizzare proprio lì, in quel momento, mentre eravamo tutti insieme a darci coraggio e a gridare e pensare, in fondo a noi stessi, che sì “un altro mondo è possibile”.

Sembrava poco forse, invece era tanto. Oggi infatti rileggo quello stesso lessico utilizzato da uno di noi, un trentenne –  una persona libera, anti conformista ed intelligente – come Michele, solo che utilizzato per dire che è inutile ‘sprecare sentimenti e desideri’, che è inutile affrontare, che si è stanchi di lottare ed illudersi.

Manca la dimensione collettiva, ora siamo più soli di fronte la giungla liberista del mercato del lavoro. Tutti contro tutti. Rispetto ad allora meno organizzati,  con i maggiori sindacati capaci tutt’al più di non far perdere il lavoro a chi già ce l’ha e che non riescono proprio a calarsi nella nuova realtà del lavoro free-lance, della flessibilità totale, dell’inoccupazione,  del ritiro sociale.

Sì il ritiro sociale, un’altra categoria da approfondire in occidente. I giovani Neet che semplicemente smettono di uscire dalla propria camera e vivono solo nella connessione del web. La loro, chissà, forse è l’ultima forma di protesta, la sola che sembra possibile nella condizione d’isolamento quasi totale in cui stanno andando le nostre vite. Sempre più connesse tra loro, sempre più sole.

Non sembra restare neanche più la consolazione di qualche primordiale forma politica che almeno arrechi danno ai privilegi, una jacquerie contro l’ennesimo sopruso.

Paradossalmente, o forse no, sembra che l’unica dimensione rimasta al politico è il personale e il terreno dello scontro resta quello dentro sé stessi e sui nostri corpi, come fossimo detenuti.

In questo senso Michele non è un suicida, è piuttosto un Kamikaze che si è scagliato con parole dure, chiare e lucide, all’attacco di chi governa questa società  che ci costringe alla precarietà più totale e devastante. Non deve passare inosservata.

A scuola di vita, fuori la scuola per la vita

scuola_cotugno_terremotoL’AQUILA – Dopo le scosse di mercoledì 18 gennaio gli alunni e le alunne del Cotugno non sono tornati a scuola nonostante questa abbia formalmente riaperto ad inizio settimana. Perché? Perché non si sentono al sicuro. Dopo tante richieste all’Ente competente rimaste vane, tramite un accesso agli atti, i genitori di chi frequenta la scuola hanno da poco scoperto che l’indice di antisismicità dell’edificio – riqualificato dopo i danni della scossa del 6 aprile 2009 – stando ad uno studio della Provincia avvenuto nel 2013, è fermo al 26%. Decisamente troppo poco. I ragazzi si sentono traditi, costretti a crescere più in fretta dei loro coetanei, sfiduciati verso le istituzioni dei ‘grandi’ che con le responsabilità “fanno solo a scaricabarile”, in maniera davvero poco formativa. I professori sono con loro. Nella traccia audio, nel link sotto, le voci dei ragazzi e dei professori prese questa mattina nella protesta di fronte la scuola. Clicca sul link

Ascolta A scuola di vita, fuori la scuola per la vita” su Spreaker.

Cronache da un territorio che non è uno scherzo

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Ricordo che era mercoledì mattina e stavo uscendo di casa sfidando la neve per una nuova normale e precaria giornata…

La notte prima, martedì, aveva iniziato a nevicare anche a L’Aquila. D’altronde quasi ci stavamo sentendo esclusi. Normalmente è qui che nevica in regione, più che sulla costa dove effettivamente la stava buttando giù da lunedì. Le segnalazioni di amici senza corrente ci arrivavano già da qualche giorno dall’Abruzzo dell’altra parte del Gran Sasso. Il maltempo e le emergenze erano appena iniziati.

A L’Aquila la neve scendeva abbondante, ma non spaventosa. Più grave la situazione anche  poco più in là, nell’alta Valle dell’Aterno, zona comunque in diretta continuità con il capoluogo (diciamo che se L’Aquila avesse un’area metropolitana questa ne farebbe parte).

In città, quella di martedì, era una stupenda notte di neve avvolta nella luce rossastra creata da una luna piena. Un chiarore crepuscolare e misterioso.

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La notte di martedì dal Parco della Luna (Collemaggio)

Una notte in cui scaldarsi tra le mura, o per i più avventurosi esploratori urbani avventurarsi tra le vie immobili della città o nel silenzio freddo dei parchi.

Nessuno poteva immaginare che a quella morbidezza e quella sottile ebrezza, che la neve regala da sempre  a questa città (quando scende entro una certa quantità certo), fosse spezzata nel modo più brutale possibile, dal ritorno del mostro.

Ricordo che era mercoledì e stavo uscendo di casa  per una nuova normale e precaria giornata… sfidando la neve con la macchina per continuare la mia precaria esistenza, morbosamente curioso di testare il piano neve dell’ultimo inverno d’amministrazione Cialente, quando eccola, arriva la prima scossa di terremoto: quello vero, quello che senti sotto al culo, quello che così non lo riconosci dal 6 aprile. Perché la scossa di Amatrice, per noi del basso Aterno, è stata lunga, ma lontana.

Il mostro è in agguato, arriva da Ovest, lo sappiamo, ci hanno detto così stavolta.

Una scossa forte, poi la seconda, la terza. Le case si muovono. Ti senti al sicuro? Che domanda difficile è questa: “L’edificio è nuovo, riqualificato”, “non ha subito danni sette anni fa”, “è di classe A+” , “è stato adeguato al 60%”, “mi fido dell’ingegnere”, “non mi fido dell’ingegnere”, “a casa si sono riscoperte alcune crepe”, “da me non è caduto neanche un oggetto”, “mi trovo  nelle case antisismiche di Berlusconi”, “alcuni isolatori sono farlocchi”… e potrei continuare all’infinito nel descrivere il caleidoscopio delle diverse risposte figlie delle condizioni e le valutazioni di ognuno. La verità  è che palazzi di quattro, cinque, sei piani si muovono, traballano. Senti la terra come salire, più vicina, poi scendere e spostarsi, più lontana, e tutto che balla.

Ma la cosa determinante è che a L’Aquila il terremoto non è solo un terremoto, è un trauma che va ad insistere su un altro, enorme, trauma. Una ferita ancora aperta, per alcuni tratti incancrenita e insanabile, solo in parte ad un’iniziale fase di elaborazione personale e collettiva. Qualcosa di enorme che solo gli specialisti e chi ha vissuto situazioni simili (come Amatrice o altri terremoti passati) può comprendere.

Su una vita precaria ci si ostina a cercare un ritorno ad una relativa normalità, un bene mai così tanto auspicato anche da uno strambo come me. Poi con le scosse, torna alla mente come un ricordo, la  certezza che siamo ancora nell’incertezza, nel dubbio di arrivare sani e salvi a domani e di riuscire a non perdere quello che ci è rimasto o che abbiamo appena riconquistato con tanti sforzi.

Ricordo che era mercoledì mattina  e stavo uscendo di casa sfidando la neve  per una nuova normale e precaria giornata… poi la settimana si è spezzata, è tornata su dei binari che portano ad un’altra dimensione. Appuntamenti saltati, spostamenti forzati, evacuazioni, sbronze, paura, previsioni, adrenalina, energia e panico: tutti insieme fino ad oggi lunedì, che chissà come ci siamo arrivati.

Le scuole in lamiera costruite dopo il 6 aprile dove hanno trovato rifugio i nuovi sfollati dalla paura, oggi sono di nuove scuole, dove i più piccoli vanno ad apprendere, speriamo anche qualcosa del territorio dove ci troviamo.

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Una delle scuole utilizzate come ricovero

Ricordo che era mercoledì mattina  e stavo uscendo di casa sfidando la neve per una nuova normale e precaria giornata… Intorno a mezzogiorno arriva la quarta scossa, la più forte, quella che ti conferma che questo sciame non è uno scherzo.

C’è da ricordare che noi, la notte tra il 5 ed il 6 aprile 2009, fummo avvisati da due forti scosse intorno al quarto grado di magnitudo, ma la nostra valutazione del rischio fu conseguenza del paradigma distorto di gestione dell’emergenza dell’epoca che diceva alla gente sostanzialmente di “stare tranquilli”. Poi le cose, più precisamente dopo il Processo alla Commissione Grandi Rischi, sono cambiate…

‘Tranquillo, s’è morto’, dice un detto di queste parti e così moltissime persone si sono riversate nelle strade stavolta piene di neve (per fortuna una 40ina di centimetri).

La combinazione neve e terremoto è la peggior cosa che può succedere. La neve ti costringe a stare a casa, il terremoto ad uscire. Una morsa impressionante, qualcosa che per fortuna ci mancava ancora nel nostro elenco di  sfighe indigene, ma che invece ora dobbiamo aggiungere.

Dicevamo, con il terremoto forte la gente esce per strada. Questa è una delle situazioni più interessanti del sisma urbano, mi colpì molto nelle prime ore di luce del 6 aprile. La città (purtroppo solo i superstiti) scende giù in strada e si ritrova tutta insieme guardandosi in faccia: anziani, studenti, migranti, precari… cittadine e cittadini a piedi o in macchina, escono dalle loro case chi per andar via, chi per radunarsi, chi per…stare fuori di casa e basta.

Ma mercoledì mattina, in più, faceva freddo e sulle strade c’era la neve. Dopo la quarta scossa, sono ormai fuori casa nei pressi del centro e vedo una coppia di anziani: lei, per prima, si trascina con qualche busta nelle mani tra la neve che gli arriva appena sotto le ginocchia. Vengono da un palazzo di quattro piani situato in zona rossa in Via Antinori (perché a L’Aquila, come dei coloni, ci sono persone che vivono in mezzo la zona rossa). Vanno verso lo spiazzo della Fontana Luminosa e del Castello, di corsa, impauriti dal fatto che le case puntellate lungo il tragitto potrebbero spezzarsi  da un momento all’altro con una nuova scossa.

Alla Fontana c’è gente. Un operaio con accento meridionale comunica via telefono a quello che sembra il suo datore di lavoro, che nella chiesa dove stava lavorando non è successo niente “ma quanto ha tremato…”. Nel suo tono c’è l’adrenalina del terremoto.

Più in là vedo un gruppo di ragazzi giovani che parlano spagnolo, degli studenti in erasmus. I loro volti sono distesi, l’esatto contrario di quelli della coppia d’anziani di prima. Si fanno i selfie con la Fontana ghiacciata, lo sport locale della settimana. Con la neve e le scosse che l’hanno costretti ad uscire tutti insieme di casa sono divertiti. E’ comprensibile, ma da vecchio local quale sono (ed ex erasmus) mi sento la responsabilità di avvertirli che la loro valutazione è sbagliata.

E’ come se lo stessi dicendo al me stesso del pre 6 aprile. Gli dico di farsi dire la recente storia edile della casa dove stanno vivendo, di individuare dei punti sicuri all’interno della stessa e farsi uno zaino già pronto per l’emergenza. Qualche ragazza mi ascolta, altre meno. Penso: ma chi è che ci parla con gli Erasmus sui comportamenti da adottare in caso di sisma, visto che la città in cui si trovano è sismica per eccellenza? Io che mi ci son trovato, gli altri studenti speriamo, forse le associazioni di erasmus…fino a quel punto comunque nessuno.

Dopo la quarta scossa andare nel cuore del centro storico – escludendo la zona rossa – è nella mia percezione qualcosa da arditi, eppure dentro ci sono delle attività. Una di queste è situata a pochi metri dallo spiazzo della Piazza dove si trova la Fontana, ma dentro il corso. Mi faccio coraggio e vado a prendermi un caffè, c’è gente, ma il gestore è impanicato, vuole chiudere ed andar via (poi saprò che la richiesta di caffè continuerà e lui resterà praticamente sempre aperto).

Con la macchina mi sposto. Il bar dello stadio, situato su un piano terra praticamente tutto in cemento all’altezza della strada, è aperto e pieno di gente che straborda abbondantemente di fuori. E’ un luogo sicuro e le persone, schizzate fuori casa all’improvviso, hanno bisogno di prendere qualcosa di caldo e scambiarsi informazioni. Su Viale della Croce rossa inizio a vedere i primi trolley in fuga: sono gli studenti che scappano, richiamati probabilmente dai loro genitori. Si dirigono verso la fermata del Motel Amiternum alla ricerca di un autobus extra urbano che forse quel giorno non passerà mai.

Oltre a loro altri pedoni: chi con zaino, chi senza niente, umanità varia e diffusa di una città in movimento, camminano.

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via vai di gente in zona stadio appena dopo la quarta scossa di mercoledì

All’altezza dello spiazzo della rotonda di Santa Barbara altra gente. Qui le attività al primo piano di un palazzone di cinque, abbattuto e ricostruito dopo il sisma, son tutte aperte: farmacia, bar, pizzeria, sushi. L’Aquila è una città in cui, in pieno sciame sismico, con scosse superiori a cinque e quasi mezzo metro di neve, a pranzo, puoi comunque sederti a mangiare un sushi e vedere attraverso le vetrate il traffico impazzito. E non solo il traffico.

Viale Corrado IV è infatti congestionata mentre sui marciapiedi continua il flusso degli studenti-formichine con i loro trolley. La fermata degli autobus extra urbani del motel è stra piena. La temperature per fortuna in aumento.

Il Comune, a questo punto, fa sapere di mettere a disposizione le scuole fatte dopo il sisma in moduli di lamiera per chi non vuole stare a casa. In centinaia e centinaia vi passeranno la notte. La rivincita del temporaneo.

Come gli studenti fuori sede, meno di loro, anche i molti richiedenti asilo presenti a L’Aquila non conoscono né la neve né il terremoto. La via nella quale in un palazzo riqualificato trovano ospitalità quasi in cento è in piena zona rossa. Loro intorno c’è ancora tutta distruzione, un paesaggio che deve essergli tristemente familiare dato che scappano da zone di guerra. In questa via di negozi letteralmente aperti ed abbandonati da sette anni, transitano facendo sembrare questa parte di città di nuovo stranamente viva, anche se non lo è. Parlo con qualcuno di loro: sono tranquilli, forse troppo. Altri residenti a Pizzoli e a Castle del Monte dovranno invece spostarsi a causa di evacuazioni reali o supposte e contribuiranno comunque a spalare via la neve dalle strade.

Le comunità che ospitano i minorenni li portano nelle scuole. Oggi si richiede asilo di nuovo, per tutti. Per noi, per voi. Oggi siamo tutti fuori di casa perché c’è la guerra anche qui. Una guerra invisibile col terremoto e la paura, una guerra che chi non conosce non può capire né vedere. Per questo Bacary mi chiede: “Perché ora che il terremoto è finito, semplicemente non torniamo a casa”.  Perché abbiamo paura di tornare a casa, perché lì è la nostra ‘guerra’.

In molti si ritrovano anche nel centro sociale di CaseMatte a Collemaggio, in parte costruito in muratura ad un piano, in parte in legno. Dentro vino, chitarre, pianoforte: così, insieme, la notte fa meno paura.

Più tardi skaters e riders di questa città di montagna che è L’Aquila, inizieranno a costruire strutture di neve per uno snow park intorno all’Auditorium costruito da Renzo Piano nel Parco del Castello, in centro. Fino a sabato costituirà un luogo di incontro dove andare a scivolare, incontrare gente e rilassarsi. Una TAZ che sparirà con lo sciogliersi della neve.

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@CastelPark, Paolo fa front side ‘Piano’ sull’Auditorium

Così prima che sia un nuovo lunedì, ho il tempo di vedere Paolo che con lo snowboard arriva a saltare fin sopra le finestre del primo piano dell’Auditorium chiudendo una figura che prenderà il nome di “front side Renzo”. Mi ricorda lo spot del 2001 della Omnitel Vodafone con Magane Gale che con i pattini scivola sul Guggenheim di Bilbao… ma quella era solo una pubblicità.