Cronache da un territorio che non è uno scherzo

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Ricordo che era mercoledì mattina e stavo uscendo di casa sfidando la neve per una nuova normale e precaria giornata…

La notte prima, martedì, aveva iniziato a nevicare anche a L’Aquila. D’altronde quasi ci stavamo sentendo esclusi. Normalmente è qui che nevica in regione, più che sulla costa dove effettivamente la stava buttando giù da lunedì. Le segnalazioni di amici senza corrente ci arrivavano già da qualche giorno dall’Abruzzo dell’altra parte del Gran Sasso. Il maltempo e le emergenze erano appena iniziati.

A L’Aquila la neve scendeva abbondante, ma non spaventosa. Più grave la situazione anche  poco più in là, nell’alta Valle dell’Aterno, zona comunque in diretta continuità con il capoluogo (diciamo che se L’Aquila avesse un’area metropolitana questa ne farebbe parte).

In città, quella di martedì, era una stupenda notte di neve avvolta nella luce rossastra creata da una luna piena. Un chiarore crepuscolare e misterioso.

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La notte di martedì dal Parco della Luna (Collemaggio)

Una notte in cui scaldarsi tra le mura, o per i più avventurosi esploratori urbani avventurarsi tra le vie immobili della città o nel silenzio freddo dei parchi.

Nessuno poteva immaginare che a quella morbidezza e quella sottile ebrezza, che la neve regala da sempre  a questa città (quando scende entro una certa quantità certo), fosse spezzata nel modo più brutale possibile, dal ritorno del mostro.

Ricordo che era mercoledì e stavo uscendo di casa  per una nuova normale e precaria giornata… sfidando la neve con la macchina per continuare la mia precaria esistenza, morbosamente curioso di testare il piano neve dell’ultimo inverno d’amministrazione Cialente, quando eccola, arriva la prima scossa di terremoto: quello vero, quello che senti sotto al culo, quello che così non lo riconosci dal 6 aprile. Perché la scossa di Amatrice, per noi del basso Aterno, è stata lunga, ma lontana.

Il mostro è in agguato, arriva da Ovest, lo sappiamo, ci hanno detto così stavolta.

Una scossa forte, poi la seconda, la terza. Le case si muovono. Ti senti al sicuro? Che domanda difficile è questa: “L’edificio è nuovo, riqualificato”, “non ha subito danni sette anni fa”, “è di classe A+” , “è stato adeguato al 60%”, “mi fido dell’ingegnere”, “non mi fido dell’ingegnere”, “a casa si sono riscoperte alcune crepe”, “da me non è caduto neanche un oggetto”, “mi trovo  nelle case antisismiche di Berlusconi”, “alcuni isolatori sono farlocchi”… e potrei continuare all’infinito nel descrivere il caleidoscopio delle diverse risposte figlie delle condizioni e le valutazioni di ognuno. La verità  è che palazzi di quattro, cinque, sei piani si muovono, traballano. Senti la terra come salire, più vicina, poi scendere e spostarsi, più lontana, e tutto che balla.

Ma la cosa determinante è che a L’Aquila il terremoto non è solo un terremoto, è un trauma che va ad insistere su un altro, enorme, trauma. Una ferita ancora aperta, per alcuni tratti incancrenita e insanabile, solo in parte ad un’iniziale fase di elaborazione personale e collettiva. Qualcosa di enorme che solo gli specialisti e chi ha vissuto situazioni simili (come Amatrice o altri terremoti passati) può comprendere.

Su una vita precaria ci si ostina a cercare un ritorno ad una relativa normalità, un bene mai così tanto auspicato anche da uno strambo come me. Poi con le scosse, torna alla mente come un ricordo, la  certezza che siamo ancora nell’incertezza, nel dubbio di arrivare sani e salvi a domani e di riuscire a non perdere quello che ci è rimasto o che abbiamo appena riconquistato con tanti sforzi.

Ricordo che era mercoledì mattina  e stavo uscendo di casa sfidando la neve  per una nuova normale e precaria giornata… poi la settimana si è spezzata, è tornata su dei binari che portano ad un’altra dimensione. Appuntamenti saltati, spostamenti forzati, evacuazioni, sbronze, paura, previsioni, adrenalina, energia e panico: tutti insieme fino ad oggi lunedì, che chissà come ci siamo arrivati.

Le scuole in lamiera costruite dopo il 6 aprile dove hanno trovato rifugio i nuovi sfollati dalla paura, oggi sono di nuove scuole, dove i più piccoli vanno ad apprendere, speriamo anche qualcosa del territorio dove ci troviamo.

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Una delle scuole utilizzate come ricovero

Ricordo che era mercoledì mattina  e stavo uscendo di casa sfidando la neve per una nuova normale e precaria giornata… Intorno a mezzogiorno arriva la quarta scossa, la più forte, quella che ti conferma che questo sciame non è uno scherzo.

C’è da ricordare che noi, la notte tra il 5 ed il 6 aprile 2009, fummo avvisati da due forti scosse intorno al quarto grado di magnitudo, ma la nostra valutazione del rischio fu conseguenza del paradigma distorto di gestione dell’emergenza dell’epoca che diceva alla gente sostanzialmente di “stare tranquilli”. Poi le cose, più precisamente dopo il Processo alla Commissione Grandi Rischi, sono cambiate…

‘Tranquillo, s’è morto’, dice un detto di queste parti e così moltissime persone si sono riversate nelle strade stavolta piene di neve (per fortuna una 40ina di centimetri).

La combinazione neve e terremoto è la peggior cosa che può succedere. La neve ti costringe a stare a casa, il terremoto ad uscire. Una morsa impressionante, qualcosa che per fortuna ci mancava ancora nel nostro elenco di  sfighe indigene, ma che invece ora dobbiamo aggiungere.

Dicevamo, con il terremoto forte la gente esce per strada. Questa è una delle situazioni più interessanti del sisma urbano, mi colpì molto nelle prime ore di luce del 6 aprile. La città (purtroppo solo i superstiti) scende giù in strada e si ritrova tutta insieme guardandosi in faccia: anziani, studenti, migranti, precari… cittadine e cittadini a piedi o in macchina, escono dalle loro case chi per andar via, chi per radunarsi, chi per…stare fuori di casa e basta.

Ma mercoledì mattina, in più, faceva freddo e sulle strade c’era la neve. Dopo la quarta scossa, sono ormai fuori casa nei pressi del centro e vedo una coppia di anziani: lei, per prima, si trascina con qualche busta nelle mani tra la neve che gli arriva appena sotto le ginocchia. Vengono da un palazzo di quattro piani situato in zona rossa in Via Antinori (perché a L’Aquila, come dei coloni, ci sono persone che vivono in mezzo la zona rossa). Vanno verso lo spiazzo della Fontana Luminosa e del Castello, di corsa, impauriti dal fatto che le case puntellate lungo il tragitto potrebbero spezzarsi  da un momento all’altro con una nuova scossa.

Alla Fontana c’è gente. Un operaio con accento meridionale comunica via telefono a quello che sembra il suo datore di lavoro, che nella chiesa dove stava lavorando non è successo niente “ma quanto ha tremato…”. Nel suo tono c’è l’adrenalina del terremoto.

Più in là vedo un gruppo di ragazzi giovani che parlano spagnolo, degli studenti in erasmus. I loro volti sono distesi, l’esatto contrario di quelli della coppia d’anziani di prima. Si fanno i selfie con la Fontana ghiacciata, lo sport locale della settimana. Con la neve e le scosse che l’hanno costretti ad uscire tutti insieme di casa sono divertiti. E’ comprensibile, ma da vecchio local quale sono (ed ex erasmus) mi sento la responsabilità di avvertirli che la loro valutazione è sbagliata.

E’ come se lo stessi dicendo al me stesso del pre 6 aprile. Gli dico di farsi dire la recente storia edile della casa dove stanno vivendo, di individuare dei punti sicuri all’interno della stessa e farsi uno zaino già pronto per l’emergenza. Qualche ragazza mi ascolta, altre meno. Penso: ma chi è che ci parla con gli Erasmus sui comportamenti da adottare in caso di sisma, visto che la città in cui si trovano è sismica per eccellenza? Io che mi ci son trovato, gli altri studenti speriamo, forse le associazioni di erasmus…fino a quel punto comunque nessuno.

Dopo la quarta scossa andare nel cuore del centro storico – escludendo la zona rossa – è nella mia percezione qualcosa da arditi, eppure dentro ci sono delle attività. Una di queste è situata a pochi metri dallo spiazzo della Piazza dove si trova la Fontana, ma dentro il corso. Mi faccio coraggio e vado a prendermi un caffè, c’è gente, ma il gestore è impanicato, vuole chiudere ed andar via (poi saprò che la richiesta di caffè continuerà e lui resterà praticamente sempre aperto).

Con la macchina mi sposto. Il bar dello stadio, situato su un piano terra praticamente tutto in cemento all’altezza della strada, è aperto e pieno di gente che straborda abbondantemente di fuori. E’ un luogo sicuro e le persone, schizzate fuori casa all’improvviso, hanno bisogno di prendere qualcosa di caldo e scambiarsi informazioni. Su Viale della Croce rossa inizio a vedere i primi trolley in fuga: sono gli studenti che scappano, richiamati probabilmente dai loro genitori. Si dirigono verso la fermata del Motel Amiternum alla ricerca di un autobus extra urbano che forse quel giorno non passerà mai.

Oltre a loro altri pedoni: chi con zaino, chi senza niente, umanità varia e diffusa di una città in movimento, camminano.

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via vai di gente in zona stadio appena dopo la quarta scossa di mercoledì

All’altezza dello spiazzo della rotonda di Santa Barbara altra gente. Qui le attività al primo piano di un palazzone di cinque, abbattuto e ricostruito dopo il sisma, son tutte aperte: farmacia, bar, pizzeria, sushi. L’Aquila è una città in cui, in pieno sciame sismico, con scosse superiori a cinque e quasi mezzo metro di neve, a pranzo, puoi comunque sederti a mangiare un sushi e vedere attraverso le vetrate il traffico impazzito. E non solo il traffico.

Viale Corrado IV è infatti congestionata mentre sui marciapiedi continua il flusso degli studenti-formichine con i loro trolley. La fermata degli autobus extra urbani del motel è stra piena. La temperature per fortuna in aumento.

Il Comune, a questo punto, fa sapere di mettere a disposizione le scuole fatte dopo il sisma in moduli di lamiera per chi non vuole stare a casa. In centinaia e centinaia vi passeranno la notte. La rivincita del temporaneo.

Come gli studenti fuori sede, meno di loro, anche i molti richiedenti asilo presenti a L’Aquila non conoscono né la neve né il terremoto. La via nella quale in un palazzo riqualificato trovano ospitalità quasi in cento è in piena zona rossa. Loro intorno c’è ancora tutta distruzione, un paesaggio che deve essergli tristemente familiare dato che scappano da zone di guerra. In questa via di negozi letteralmente aperti ed abbandonati da sette anni, transitano facendo sembrare questa parte di città di nuovo stranamente viva, anche se non lo è. Parlo con qualcuno di loro: sono tranquilli, forse troppo. Altri residenti a Pizzoli e a Castle del Monte dovranno invece spostarsi a causa di evacuazioni reali o supposte e contribuiranno comunque a spalare via la neve dalle strade.

Le comunità che ospitano i minorenni li portano nelle scuole. Oggi si richiede asilo di nuovo, per tutti. Per noi, per voi. Oggi siamo tutti fuori di casa perché c’è la guerra anche qui. Una guerra invisibile col terremoto e la paura, una guerra che chi non conosce non può capire né vedere. Per questo Bacary mi chiede: “Perché ora che il terremoto è finito, semplicemente non torniamo a casa”.  Perché abbiamo paura di tornare a casa, perché lì è la nostra ‘guerra’.

In molti si ritrovano anche nel centro sociale di CaseMatte a Collemaggio, in parte costruito in muratura ad un piano, in parte in legno. Dentro vino, chitarre, pianoforte: così, insieme, la notte fa meno paura.

Più tardi skaters e riders di questa città di montagna che è L’Aquila, inizieranno a costruire strutture di neve per uno snow park intorno all’Auditorium costruito da Renzo Piano nel Parco del Castello, in centro. Fino a sabato costituirà un luogo di incontro dove andare a scivolare, incontrare gente e rilassarsi. Una TAZ che sparirà con lo sciogliersi della neve.

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@CastelPark, Paolo fa front side ‘Piano’ sull’Auditorium

Così prima che sia un nuovo lunedì, ho il tempo di vedere Paolo che con lo snowboard arriva a saltare fin sopra le finestre del primo piano dell’Auditorium chiudendo una figura che prenderà il nome di “front side Renzo”. Mi ricorda lo spot del 2001 della Omnitel Vodafone con Magane Gale che con i pattini scivola sul Guggenheim di Bilbao… ma quella era solo una pubblicità.

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