Il suicidio di Michele è la morte della politica

ITALY G8 PROTESTS
Demonstrators march in the streets as police, in background, moves in amidst clouds of tear gas rising into the air during the second consecutive day of clashes between police and demonstrators in downtown Genoa, Italy, Saturday, July 21, 2001. Fresh violence erupted at protest marches on the second day of the G8 summit Saturday, with riot police firing tear gas at demonstrators who smashed windows and hurled ripped-up paving stones. One demonstrator had been killed killed Friday. (AP Photo/Jerome Delay)

Le parole di Michele (qui la sua lettera) un tempo erano le nostre, quando, a cavallo tra la fine dei 90’ e gli anni zero – ancora non così isolati come oggi – scendevamo spesso in piazza per declinare al possibile quello che per Michele sembra ormai drammaticamente impossibile.

I nostri desideri, scritti a volte così bene negli appelli alle manifestazioni, negli slogan sui cartelli, sugli striscioni o sopra i muri delle vie, si cominciavano  a realizzare proprio lì, in quel momento, mentre eravamo tutti insieme a darci coraggio e a gridare e pensare, in fondo a noi stessi, che sì “un altro mondo è possibile”.

Sembrava poco forse, invece era tanto. Oggi infatti rileggo quello stesso lessico utilizzato da uno di noi, un trentenne –  una persona libera, anti conformista ed intelligente – come Michele, solo che utilizzato per dire che è inutile ‘sprecare sentimenti e desideri’, che è inutile affrontare, che si è stanchi di lottare ed illudersi.

Manca la dimensione collettiva, ora siamo più soli di fronte la giungla liberista del mercato del lavoro. Tutti contro tutti. Rispetto ad allora meno organizzati,  con i maggiori sindacati capaci tutt’al più di non far perdere il lavoro a chi già ce l’ha e che non riescono proprio a calarsi nella nuova realtà del lavoro free-lance, della flessibilità totale, dell’inoccupazione,  del ritiro sociale.

Sì il ritiro sociale, un’altra categoria da approfondire in occidente. I giovani Neet che semplicemente smettono di uscire dalla propria camera e vivono solo nella connessione del web. La loro, chissà, forse è l’ultima forma di protesta, la sola che sembra possibile nella condizione d’isolamento quasi totale in cui stanno andando le nostre vite. Sempre più connesse tra loro, sempre più sole.

Non sembra restare neanche più la consolazione di qualche primordiale forma politica che almeno arrechi danno ai privilegi, una jacquerie contro l’ennesimo sopruso.

Paradossalmente, o forse no, sembra che l’unica dimensione rimasta al politico è il personale e il terreno dello scontro resta quello dentro sé stessi e sui nostri corpi, come fossimo detenuti.

In questo senso Michele non è un suicida, è piuttosto un Kamikaze che si è scagliato con parole dure, chiare e lucide, all’attacco di chi governa questa società  che ci costringe alla precarietà più totale e devastante. Non deve passare inosservata.

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