Calcio e territorio – Il derby neorealista vinto ad Avezzano

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A lungo si è dibattuto se valeva la pena viversi un derby così, come quello di ieri. A partita finita non si può che dire di sì: valeva la pena! Perché molto probabilmente la vittoria è inutile, fine a sé stessa, ma vuoi mettere? Il Derby è derby. La gioia di vincerlo ti resta attaccata comunque sulla pelle facendoti affrontare meglio tutta la settimana e, perché no, a mandar giù un po’ meglio un campionato indigeribile.

Certo all’arrivo, l’impatto non è stato il massimo: il cielo grigio, i pochi spettatori, l’assenza degli ultras locali e il dichiarato sciopero di quelli rossoblù per contestazioni da ambo i lati, il De MArsi onestamente brutto…

Io me lo ricordavo più “bello” 23 anni fa il De Marsi… saranno stati gli spalti pieni o quel clima da anni 90 (era gennaio 94’) e, insomma, una cornice da derby vero. Ieri invece il piccolo stadio mi è apparso per quella modestissima struttura che è, contando anche il fatto che l’Avezzano, a differenza dell’Aquila, è risalito in CND dopo tanti anni di categorie inferiori dopo il fallimento.

A dire il vero anche il quartiere che sorge intorno allo stadio non sembra il massimo, fatto com’è da molte case incomplete…ho visto anche un tetto di una vecchissima struttura proprio dietro la curva locale, rotto.

Non deve essere un buon periodo neanche nella vicina Marsica insomma, dove il terremoto si abbattè un secolo fa e in qualche modo è rimasto nel paesaggio. Del resto noi arriviamo dalla tutt’altro che florida L’Aquila, terremotata di recente, e che mai come in quest’ultimo anno vive su di sè una nuova precarietà e un’incertezza di prospettive che si è riversata anche sullo sport ed il calcio nello specifico.

Ecco perché siamo 154.

Conosco amici che come me hanno visto centinaia e centinaia di partite e, come altri derby, hanno aspettato a lungo anche questo, e che non sono venuti. Li capisco… c’è molta negatività nell’ambiente rossoblù dopo un campionato gettato alle ortiche tra la solita incapacità amministrativa e  un nuovo stregone che, per niente laicamente, poi quando va via si porta dietro pure gli apprendisti contrattati però con L’Aquila calcio

… ma non il Mago…

Capitano di questa squadra infatti resta un giocatore di categoria superiore come Minincleri (detto il Mago) ed in panchina adesso siede un uomo normale come Battistini…

L’arbitro fischia e nel clima smunto che ho cercato di raccontare, il più neorealista dei derby mai visto inizia. Qualcuno sugli spalti parla esplicitamente di questo Avezzano-L’Aquila come derby “Felliniano”, o se volgiamo Fontamara contro Fontamara… ma una delle due al termine dei 90’ sarà comunque più contenta e un po’ (ok davvero poco) meno Fontamara.

GLi aquilani come detto non cantano, gli avezzanesi presenti invece, qualche timido sfottò lo intonano. Il popolo aquilano, notoriamente tra i più sarcastici al mondo, risponde con degli applausi.

Mentre tutto sembra avere le premesse per un pomeriggio di noia e fastidio, in campo si vede una L’Aquila che ha fame e voglia di mordere, di dar calci e prenderne, sudare, stringere i denti e fare una bella partita di Serie D. Che sorpresa! Andiamo in vantaggio dopo la sgroppata di classe di Valenti con un ragazzetto Lituano, Dicktevicius, nato nel 1997 e che il mister precedente non faceva più giocare. Non si canta…ma si esulta al gol e nei distinti le facce aquilane si distendono, il sole non esce, i sorrisi sì.

In campo l’Avezzano prova ad alzare la testa, prende anche un palo ma là dietro i vari Farroni (97’), Sieno (98’), Pietnatoni (98’), Esposito (99’) – una banda di giovani – con la diga Steri (migliore in campo ) che invece è un 85’ e aiutati da Pupeschi, un “vecchio” del 1991, tengono duro, reggono il campo e hanno più fame dei “lupi” bianco verdi.

Questa cosa dell’avere fame, per L’Aquila, è quasi una novità assoluta, va detto. Ci voleva un trauma come l’abbandono degli apostoli La vista, Sembroni, Russo e qualcun altro, per mettere chi è rimasto nelle condizioni psicologiche di lottare. L-O-T-T-A-R-E.

Così si scopre pure che per fare un campionato di vertice di Serie D, probabilmente, più che 7-8 giocatori di categoria superiore, ne basterebbero 2-3 e poi tanta F-A-M-E, foga e botte e un allenatore che sa cimentare un gruppo e schierare una squadra quadrata in mezzo al campo.

Smaltita la mazzata del gol in avvio, nel secondo tempo, con l’Avezzano che deve fare la partita, i locali provano a scandire qualche altro coro mentre dall’altra parte si alza intermittente di tanto in tanto, il coro che trova il suo copyright in Tribuna “aquila Aquila”, profondo, strascinato, tordo…ammesso.

Su quel prato verde dove, in un derby quasi non derby, d’altronde ci sono comunque le maglie rossoblù e Nohman fa quello che può spizzando i palloni lunghi che gli arrivano nel tentativo, spesso vano, di far salire la squadra. Lui si gira spesso, spessissimo verso il pubblico -verso di noi – incitandoci ad incitare, strillando con la faccia che gli si contorce, cacciando qualche ghigno di complicità, addirittura ( ne sono testimone) scusandosi per non aver eseguito un consiglio di gioco arrivatogli da uno accanto a me ed aver perso palla. Nohman che è stato perdonato…e che in fondo sembra simpatico.

Capisci che quella squadra che sta in campo, al derby ci tiene e forse ci crede più di noi che , come detto da qualcuno , oggi sembriamo più che altro i supporters del giro d’Italia che quando passano i ciclisti-giocatori li incoraggiano.

Entra Peluso, giocatore di altra categoria in condizioni atletiche ancora precarie. Gli basta qualche minuto però per far valere la sua esperienza e trovare il più classico dello 0-2. Grande esultanza. In un iperbole di sarcasmo qualcuno inizia a cantare un provocatorissimo “Lupi Lupi” .

A fine partita, dopo che Nohman sfinito ha sfiorato lo 0-3, questa banda di giovani con dentro giusto qualche esperto, allenata da un signore chiamato Battistini, viene tutta (mister incluso) sotto di noi per festeggiare, perché sta già festeggiando ed ha una voglia matta, irrefrenabile, giovanile di festeggiare: “Chi non è salta è marsicano” risuona per la prima volta convinto, al di là di ogni sciopero. L’urlo finale con cui lasciare dopo una pausa di 23 anni la terra marsicana, con un 0-2 che fa storia.

E quella banda di ragazzetti – a pochi minuti dalla fine c’era stato anche l’esordio assoluto di un altro 99’, Sbarzella – non mi sembra proprio l’espressione di un calcio non-pulito.

Fosse che oltre Chiodi, oltre Morgia, il senso di quest’anno lo possiamo trovare proprio qua, in questa banda di ragazzetti allenata da un allenatore che si chiama Battistini, che ha giusto qualche elemento d’esperienza dentro e che ci ha una voglia di giocare a pallone che gli fa mangiare erba e polvere, polvere e erba.

Io non lo so… il campionato è andato ed il futuro incerto. Ottime condizioni per un finale di stagione contro tutto e tutti. Solo per la maglia, la voglia di emergere e dimostrare di una banda di giovani con giusto qualche esperto e l’utopia di rendere l’impossibile possibile. Chissà…

E i giocatori che sono andati via si vergognino, non hanno nessuna giustificazione tranne quella, chissà, di essere stati ingannati da un pastore di una falsa di religione che – insieme ad una società inesistente – ha spinto la stagione ad un amaro suicidio.

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