Omaggio alla Catalogna – pensieri su indipendenze possibili all’interno di un’Europa sociale

catalognaSul referendum catalano ed il suo esito, ciò che più mi colpisce di più a primo acchito, è la visione conservatrice che sto ascoltando nella maggior parte dei media qui in Italia, nei confronti di nuove possibilità democratiche di indipendenza all’interno dell’Europa.

Voglio dire, lo stato nazione stesso non è qualcosa di naturale, ovviamente, ma storicamente determinato.

E’ pure ovvio dunque che la sua costituzione non contempli la secessione perché questa è, almeno in buona parte, la negazione dello Stato nazione per come è storicamente nato.

Ma perché non può essere semplicemente possibile pensare, che ora nuove istanze democratiche figlie di questi tempi, non stiano facendo emergere nuove necessità all’interno dell’ordinamento democratico stesso?

Certo è lecito domandarsi, anche con una certa apprensione, ora cosa succederà domani, perché effettivamente non possiamo saperlo, perché quanto accaduto in Catalogna è una nuova domanda di democrazia a cui non sappiamo dare ancora una risposta nei dettagli.

Quello catalano sarà un nuovo Stato nazione, identico a quello da cui si è separato?

O invece alla Catalogna infine verranno date ancor più autonomie (diciamo pure una autonomia totale o quasi) all’interno di un’area politica però ancora ‘spagnola’, ossia in correlazione ancora esclusiva con Madrid? A me piace l’idea di una Spagna Stato “plurinazionale” come detto da Podemos e la Sindaca di Barcellona.

Prima di tutto, l’idea di non voler far svolgere un referendum e mandare la polizia a manganellare chi ci va a votare, è qualcosa che semplicemente non si può vedere, quanto di più anti democratico possibile, letteralmente. Ha avuto una potenza simbolica negativa enorme e niente rende più reale un referendum che la polizia che compie violenze verso gli elettori per non farlo svolgere. Da questo punto di vista Rajoy ha perso la testa, operando le peggiori scelte possibili. Il popolo catalano invece, ha ammirevolmente mantenuto la calma senza cedere alle provocazioni (che è una parte determinante della vittoria e della strategia fatta per arrivaci).

Quello catalano, comunque lo si voglia vedere, è un referendum figlio di una crescita della democrazia, di una sua evoluzione, di una maggiore richiesta di democrazia.

Ma allora di cosa, esattamente – se non di Rajoy e il suo utilizzo violento della polizia – dovremmo avere paura?

Di una guerra all’interno dell’Europa (la jugoslavia per intenderci)? Ma perché dovremmo farci la guerra tra democratici se vogliamo solo continuare a scegliere il miglior modo di stare assieme politicamente?

Chiaro che la realtà è più spinosa di questa domanda solo teorica e può spaventare sotto più punti di vista. Dopo quello scozzese, con il referendum Catalano si potrebbero sdoganare le secessioni in Europa e chissà quante altre richieste e quanti referendum si faranno ancora. Altri sicuramente proprio in Spagna, alcuni più legittimi e ragionevoli altri meno, sapendo, in fondo, che l’identità stessa è sempre figlia di un’invenzione.

In più le aree più povere verrebbero penalizzate dalle secessioni e dal mutamento degli equilibri se non messe all’interno di un paradigma politico sociale d’unione europea ad oggi praticamente inesistente e solo in parte auspicato.

Ma un altro errore che ho ascoltato in queste ore è quello di pensare alla vittoria catalana come a un grimaldello degli anti europeisti. Non credo proprio sia così perché crea troppi corto circuiti anche lì, basti pensare alle contraddizioni che apre all’interno del sovranismo.

Credo invece che la vittoria Catalana non possa che andare verso una direzione ‘europeista’.

In ogni caso il referendum  pone una grande domanda sulla democrazia all’Europa, a cui l’Europa, in quanto Europa – e cioè istituzione politica reale – dovrebbe rispondere.

Altrimenti sarebbe la fine, perché significherebbe (una volta per tutte) che l’Europa è una realtà politica solo supposta.

E a quel punto non resterebbe che correre all’ indietro verso lo Stato nazione unitario, quando i buoi sono ormai scappati. E i buoi sono già scappati.

 

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Da L’Aquila che rEsiste a L’Aquila che si Barcamena

Altre 4 parole in libertà sull’attuale situazione politica nella città dell’Aquila e su nuove possibili rotte autonome di partecipazione…

Nelle ultime settimane si è fatta sempre più densa la discussione sulla supposta successione dei poteri nella ricostruzione aquilana, sulla dismissione o meno della struttura commissariale e dell’uscita di scena del ruolo di commissario.

Discussione conseguente all’abbinamento di due nuovi dati politici: l’entrata in Italia di un nuovo governo (tecnico) e la riconferma a livello locale di Massimo Cialente a sindaco dell’Aquila.

E’ mia intenzione continuare allora a fare delle riflessioni politiche parziali dentro questa contingenza nell’intenzione di fornire un piccolissimo contributo analitico generale a riguardo, dato che di analisi c’è bisogno, e se possibile aiutare a sgombrare il campo da tutta una serie di elementi che inquinano la narrazione in questa cornice.

Nonostante i buoni propositi ri-enunciati da tutte le parti infatti, la situazione politica in cui si colloca L’Aquila resta particolarmente ingarbugliata e, sopratutto, sempre la stessa.

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